Le emozioni che si provano nel vedere la mostra “Leandro Erlich – Oltre la soglia”, a Milano, a Palazzo Reale fino al 4 ottobre, sono molteplici. E’ una mostra che si lascia vedere, osservare; con la quale si interagisce; che appaga i nostri sensi e il nostro intelletto; che ci fa tornare anche un po’ bambini

Leandro Erlich è un artista argentino fantasioso, geniale, illusionista, che accompagna il visitatore in un viaggio dentro alle sensazioni, sia visive che interiori. L’umanità, con le sue certezze e le sue paure, è al centro del suo lavoro.  Nell’installazione che dà inizio alla mostra, una video scultura, “Elevator pitch“, l’umanità si rivela in un ascensore, in azioni banali che compiamo quotidianamente e alle quali, spesso, non badiamo: bambini, persone singole, gruppi, tutti lo utilizzano, incontrandosi e ignorandosi e anche noi vorremmo entrarci.

In Erlich c’è anche l’idea del sogno, dell’ immaginare qualcosa che in realtà non esiste, come nell’installazione “Port of Reflections“, dove tre barche sono ormeggiate in un porto: l’acqua non c’è; è solo un’idea della nostra mente che vuole vedere ondeggiare le barche, che si riflettono – mosse come in un ricamo – nel mare delle nostre emozioni.

Oppure, la percezione del “dentro nel dentro, del dentro nel fuori e del fuori nel dentro” che si ha nell’opera “Lost garden“, dove si pensa di vedere un giardino racchiuso da finestre mentre, in realtà, vediamo anche noi stessi, quasi come in un gioco introspettivo. L’umanità filtrata attraverso una finestra da occhi indiscreti, è quella che appare in “The wiew”, dove si vede la vita quotidiana all’interno di un palazzo. Anche qui l’umanità si mostra senza veli.

Il mondo che scorre e che ci dà la percezione di vedere tante città senza muoversi  è quello che ci mostra l’opera “Global express”. Erlich affronta anche i temi sociali come nell’opera “Blind Window” dove la scultura rappresenta una finestra di mattoni: è il chiudersi agli altri, il non aprirsi, il non accogliere. Come innalzare muri.

C’è anche un’opera che riflette il suo pensiero sul cambiamento climatico  ed è ” Order of importance“: file di auto che, creando un ingorgo, si affossano nella sabbia, quasi a scomparire, come in un’odierna Pompei.

Poi c’è la parte ludica e giocosa dell’opera di Erlich, che si “riflette” in senso metaforico e reale in un gioco continuo di specchi, come in “Changing rooms” dove ci si infila in un labirinto in cui ci si perde, entrando e uscendo dalle stanzette e cercando di capire dove siamo, riflessi e ripetuti nella nostra immagine. I bambini lo trovano un gioco e si rincorrono: per gli adulti è una ricerca di se stessi, un ritrovare la percezione di sé. 

Altro rimando di specchi è nell’installazione “Staircase“, dove ci si trova nella tromba di una scala e  si ha la sensazione di precipitare: Escher insegna. Particolare è anche “Classroom“, dove il visitatore si trova in una classe moderna e si vede riflesso in una classe vecchia e abbandonata. Qui ci sono le sensazioni del passato; il tornare bambini; oppure, dopo il lock down , la scuola vissuta a tratti.

Meravigliose e fantasiose, ma con significati ben radicati nel presente, sono le installazioni che riguardano particolari di palazzi, come la “Maison Fond“, commissionata dalla città di Parigi nel 2015 nell’ambito di una conferenza sul clima. La porzione di casa che sembra ” sciogliersi” e sprofondare nel terreno, dà l’idea del riscaldamento globale che potrebbe distruggere ogni cosa.

L’altra installazione è “Pulled by the roots“, una casa che viene sollevata da una gru e mostra le sue “radici”. Erlich vuole mettere in evidenza il problema dei rifugiati che vengono “sradicati” dai loro Paesi.

Al termine della mostra, all’esterno, nel cortile, è presente la famosa installazione “Batiment” che viene riproposta, architettonicamente diversa, in ogni esposizione e che consiste in una facciata di un palazzo disposta per terra, con balconi, porte e finestre, sulla quale i visitatori possono “far finta” di aggrapparsi o atteggiarsi nei modi più incredibili, venendo poi riflessi da uno specchio posizionato obliquamente , risultando “appesi” sulla parete.

Pertanto, questa mostra rappresenta “tutto” e il “contrario di tutto”: il confine tra la realtà e l’apparenza è “borderline”. Erlich lascia così spazio alla nostra immaginazione.

Anna Violante

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