Quando si parla di “artisti della fotografia”, ognuno nel suo campo, si parla di Elliot Erwitt, di Henry Cartier-Bresson e di David LaChapelle, che hanno trasformato la fotografia in arte

Henry Cartier-Bresson – la STORIA- è in mostra a Milano al Mudec fino al 22 luglio. Questa mostra documenta la fine del Partito nazionalista cinese e l’ avvento di Mao e ci vuole tutta la delicatezza, la lucidità e il distacco nella narrazione visiva di un pioniere della fotografia come Cartier-Bresson  (co-fondatore della Magnum) per descrivere questo pezzo di Storia. Egli, nel 1948, viene mandato in Cina dalla rivista “Life” per documentare la realtà cinese prima dell’ arrivo delle truppe di Mao. Ci sarebbe dovuto rimanere due settimane, invece resta dieci mesi e viene pure messo in prigione.

Le sue foto documentano la realtà cinese, così ben diversa da quello che lo Stato voleva far apparire: povertà, paura dell’ ignoto, di quello che sarebbe potuto accadere. Esempi ce ne sono: come nella foto della ” Sala da tè” dove gli avventori hanno i volti stanchi e rassegnati e portano con sé i propri uccelli in gabbia, per far loro compagnia, oppure in quella dove la vita sembra avere ancora una speranza dentro gli occhi dei bimbi dietro alla vetrina di un negozio di pennelli, quasi a colorarla, la vita o, ancora, la foto in cui si vede la calca della gente che attende in coda per poter acquistare dell’ oro o l’ espressione, stavolta triste, dei bambini che attendono che gli venga distribuito il riso.


In altre immagini, ci si avvicina a grandi passi al cambiamento, come nella foto dove il pugno del comunismo soppianta il cane nazionalista, o quella in cui il soldato nazionalista parte con moglie e figli, o quella nella quale gli studenti sfilano con un ritratto di Mao e la stella rossa, sperando in un domani migliore.Cartier-Bresson è, a tutti gli effetti, il primo fotoreporter che pone attenzione alla ricerca del quotidiano. Nel 1958, ritorna in Cina a dieci anni dal ” cambiamento” e deve sottostare ad un accompagnatore che lo porta in giro a fotografare tutti i miglioramenti del comunismo. Ma non si fa ingannare e riesce a testimoniare anche ciò che non si voleva far vedere: lo sfruttamento del lavoro (ragazzi universitari che costruiscono una piscina senza macchinari) , o la propaganda nazionale. La visione della Cina che abbiamo avuto fino agli anni ’70, la dobbiamo ai reportage di Cartier-Bresson, pioniere del fotogiornalismo.

Elliot Erwitt – l’ UMANITÀ – è in mostra a Milano, al Museo Diocesano fino al 16 ottobre.

È una mostra che riflette completamente la personalità di Erwitt. Racconta la sua vita attraverso le foto: dai ritratti ai personaggi famosi, alle scene della quotidianità, ai volti ignoti. Da gran fotografo qual è – anche lui un fotografo MAGNUM, come Cartier-Bresson – fotografa l’ umanità in tutte le sue varianti, perché è quella che lo circonda e che lo attrae, perché è viva.

Ed eccole le immagini: dallo splendido ritratto di Marilyn Monroe, accattivante, semi  nascosta dalla sua mano, al set del film “Gli spostati” dove il gruppo in posa appare composto da attori capitati per caso; o ancora le foto scattate a Milano, dove è vissuto per parecchi anni, come quella in cui due magazzinieri stanno prendendo da un camion un manichino di donna con una grazia e un’ accortezza che lo rendono ” vivo”. Ancora: le foto pubblicitarie che sono diventate icone, come l’ uomo che salta nella pozzanghera con l’ ombrello aperto o gli amanti ripresi dentro lo specchietto dell’ auto. Sono attimi di vita “rubati” o “ricreati a regola d’arte”. Per poi non parlare degli animali, che sono stati ripresi al pari degli umani, come nella celeberrima foto delle zampe dei cani affiancate alle gambe di una donna, o quella del bulldog in braccio ad un uomo seduto: perfetta simbiosi del detto: ” il cane è il miglior amico dell’uomo”.

Anche la Storia entra nelle immagini di Erwitt: sue sono il ritratto di John Fitzgerald Kennedy e la famosissima immagine di Jackie nascosta dietro la veletta nera, a protezione da occhi indiscreti, ai funerali del marito. E ancora: New York, la città da lui amata, vista attraverso la nebbia da una donna che sembra avvolgere con essa anche i suoi pensieri.Fotografo elegante e scanzonato, Erwitt, coinvolto, ma anche distaccato dal mondo.

David LaChapelle – il DIVINO – è in mostra a Milano, al Mudec fino all’ 11 settembre.

Fotografo trasgressivo, insolente, irriverente e quasi (mai) blasfemo, ha intitolato la sua mostra ” I believe in Miracles” perché lo stupisce il fatto di essere ancora vivo quando la maggior parte dei suoi amici è morta di AIDS. LaChapelle è un credente e mette la sua fede nelle sue opere in un modo molto particolare, colorato, affollato e vicino ai problemi della Terra. Ha tratto ispirazione dalle opere dei grandi artisti come Michelangelo e Leonardo e questo lo si può vedere nell’ “Ultima Cena”, dove ogni figura rappresenta un personaggio problematico: pare che gli apostoli interroghino Gesù sui loro problemi, anziché sulle Sue decisioni e Giuda potrebbe essere la figura evanescente sullo sfondo, che tende a scomparire, o nella grande foto del “Diluvio” dove le figure umane, nude, si aggirano disperate in una Natura che si ribella e che è, come per il Diluvio dell’Antico Testamento, un risorgere dopo aver perso tutto. La figura di Gesù, in LaChapelle, è molto “terrena”: ad esempio, lo si trova al Supermercato, quasi fosse l’ antico Tempio, e anche qui ci sono persone che pensano ad altro, come i mercanti. I Vangeli vengono riproposti con personaggi famosi dell’ attualità, forse, nella speranza che possano redimersi. A tal proposito, sono molto belli e surreali: la Maddalena che lava i piedi a Gesù, oppure l’ Annunciazione, con una Madonna nera o, ancora, la Pietà, con Courtney Love, che tiene sulle gambe Kurt Cobain, novello Gesù. Un paragone ‘ forte e un po’ azzardato” può essere – preso con le pinze – quello con Caravaggio: anch’ egli dipingeva figure reali, prese dalla vita quotidiana e, per questo, spesso non adatte ad essere esposte nelle chiese. Ovviamente, LaChapelle è più trasgressivo, ma siamo anche in un’altra epoca.

Da qualche anno LaChapelle vice alle Hawaii ed è qui che ambienta le sue ultime opere, per dare più risalto alla natura come, ad esempio, la ” Sacra Famiglia con San Francesco” circondata da una foresta o “Spree”, la nave crociera incagliata sui ghiacci, simbolo di un nuovo rapporto tra uomo e ambiente. Da ultimo, non bisogna dimenticare il giovane LaChapelle nella bottega di Andy Warhol, che viene omaggiato da un’ opera che riecheggia, ” sformandola”, quella di Warhol: “Marilyn Monroe” e “Liz Taylor” , interpretate da Amanda Lepore, nei loro ritratti, contornate da una foto ripetuta di Warhol pensieroso. Tre fotografi completamente diversi tra loro, ma che hanno segnato un’epoca attraverso i loro scatti.

Anna Violante

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