Trent’anni di equivoci e le influenze esterne che indeboliscono la nostra Europa

Se c’è una persona che ha riassunto in sé l’ideologia del sistema profondo americano è proprio quel Zbigniew Brzezinski (1928-2017), di chiara origine polacca, già consigliere di Jimmy Carter cui si deve l’invenzione dei mujahidin afghani come combattenti della libertà nella lotta anti-sovietica. In seguito al servizio delle presidenze Reagan, dei due Bush sino a Clinton e a Barack Obama, Brzezinski esprimeva la Weltanschauung statunitense nell’immaginare la Cina come futuro nemico dell’inevitabile egemonia americana sul mondo. Visione non originale ma che si accompagnava con la scelta strategica di operare un indebolimento della Cina operando dalle frontiere settentrionali dell’Impero di Mezzo, cioè dalla Siberia. Questa visione comportava cioè la riduzione della Federazione Russa ai minimi termini e il suo découplage (allontanamento, ndr) dall’Europa occidentale. Si può leggere in questo modo l’avanzamento della NATO nella zona di profondità strategica russa, nell’estero vicino, verso Mosca per circa 1000 km con una serie quasi infinita di nuove adesioni e il NIET, quasi kruscioviano, che gli USA hanno sempre frapposto al tentativo di quei Paesi della Vecchia Europa, già aderenti alla Oest-Politik di Willy Brandt come la Francia, la Germania e l’Italia, disponibili ad avvicinare con una fattiva collaborazione la nuova Federazione russa ai valori occidentali. Tentativo implicante anche un programma di sostegno finanziario dopo il crollo del Muro di Berlino respinto sia da Georges H.W. Bush che dall’allineato leader britannico John Major. Con la Gran Bretagna rimasta sino alla Brexit guardiana indefettibile di ogni rischio di uscita della UE dal suo predeterminato atlantismo.

Così, al di là dello scetticismo dei media italiani che vedono in questo solo un teorema non dimostrato, abbiamo assistito alla penetrazione sulla Ucraina che agli occhi degli USA non poteva essere né neutrale, né restare nell’orbita ex-sovietica, mantenendo in questo modo come complesso Russia-Ucraina la Federazione Russa nella condizione reale di superpotenza. Tentativo coronato nei fatti, infine, con il successo di Euro-Maidan nel 2014 dopo un’azione di punta americana – chi non ricorda allora la figura a Kiev di Virginia Nuland oggi sotto-segretario nella attuale presidenza Biden? – coordinata con gli ambienti più conservatori della UE, fra i quali si sono distinti alcuni rappresentanti del gruppo democristiano del PPE, ala bavarese.

Ma nel 2014 la Russia non era più, come in passato, condannata a subire come ai tempi della Bosnia o della Serbia. Ed è penetrata sia nel Donbass che in Crimea. E oggi intorno al controllo dell’Ucraina la guerra continua in una fase più attiva dal febbraio scorso.

Ma quali sono le conseguenze a lungo termine di questa situazione? Brzezinski voleva la separazione fra la Cina e una Russia diminuita per potere vincere un giorno l’opposizione alla Cina nell’Indo-Pacifico, secondo la visione di un paese incapace di condividere pacificamente il pianeta con altre realtà perché convinto del suo eccezionale destino egemonico. Nei fatti, in virtù della seconda eterogenesi dei fini, questa volta statunitense, dopo quella subita da Putin nella sua opposizione all’allargamento alla NATO, gli Stati Uniti, gettando in questo modo la Russia nelle braccia della Cina, restano vittima dell’assioma di Karl von Clausewitz (generale prussiano, ndr) secondo il quale “il mezzo più sicuro per perdere ogni guerra è impegnarsi su due fronti”. Quindi, anche gli Stati Uniti stanno perdendo in Ucraina la nuova guerra alla Cina. E la UE? Resta come sempre politicamente oggetto di storia, come la bellissima Italia dei Comuni nel XV secolo. Con il terzo pilastro di Maastricht, con la sua esigenza di unanimità nelle decisioni europee di politica estera, mai rimosso, come cippo tombale delle proprie ambizioni geopolitiche. Un unanimismo obbligato dai Trattati che cela l’opposizione crescente dei nove Paesi della Nuova Europa, già membri dell’Unione Sovietica, agli otto paesi della Vecchia Europa che il tentativo dell’integrazione europea l’hanno perseguita per anni davvero, sin dal primo Dopoguerra.

Carlo degli Abbati

Professore associato di Politica Economica e Finanziaria, già professore Jean Monnet di Storia e Politica dell’Integrazione Europea è cultore della materia di Diritto dell’Unione Europea presso il Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università di Genova

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