Venerdì 17 marzo (dalle ore 19,30) il giornalista Bruno Arpaia sarà ospite del circolo “E. Curiel” per presentare il suo libro “Qualcosa, là fuori”(Guanda, 2016), un romanzo definito “visionario e attualissimo” che ci mette in guardia sui rischi del riscaldamento globale. Lo abbiamo intervistato in anteprima.

arpaia

“La verità è che non sai vivere senza un’apocalisse all’orizzonte.” 

Citiamo l’affermazione di un personaggio del Suo libro perché molto realistica, non soltanto in questo contesto, ma anche, più in generale, riferita all’essere umano “civilizzato”. Nel corso della storia, infatti, l’uomo ha attraversato diversi cambiamenti storico – culturali che possiamo definire radicali; ma come diffondere la consapevolezza che stiamo probabilmente avanzando verso un punto di non ritorno a livello climatico, se non anche sociale?

 Parlandone, mobilitandoci e mobilitando l’opinione pubblica, ma soprattutto trovando modi nuovi di comunicare ciò che sta accadendo. Certo, non è facile, per una serie di motivi. Prima di tutto, perché seguire il dibattito scientifico sul cambiamento climatico è difficile, visto che il clima è un sistema complesso e gli stessi scienziati non hanno ancora modelli che ne rendano conto fino in fondo.

In secondo luogo, per motivi psicologici: proprio perché si ha l’impressione che si tratti di un problema enorme, incombente e che ognuno di noi, individualmente, non possa fare molto, si tende a rimuoverlo, a non occuparsene quanto si dovrebbe.

Scrivere un romanzo che parli proprio di questo è il mio tentativo per trovare strade nuove per comunicare la gravità del problema.

Non c’è  il rischio che il tema del cambiamento climatico venga ancora una volta sottovalutato perché visto come strumento esasperato a servizio della trama di un libro – che potrebbe essere definito “di fantascienza”-  così da alleggerire le coscienze dei responsabili di tali problematiche?

 Il rischio un po’ c’è e, infatti, a ogni presentazione devo ripetere che il mio romanzo non è distopico, fantascientifico o apocalittico; purtroppo è un romanzo molto realistico, che non soltanto rispetta gli scenari previsti dagli scienziati in caso non si faccia nulla contro il riscaldamento globale, ma addirittura situa nel futuro cose che stanno già accadendo oggi, adesso. Quanto ai responsabili, purtroppo è dura: a mio giudizio, la classe dirigente attuale è tra le più mediocri della storia. Ma non per caso: il fatto è che ci troviamo di fronte a una crisi radicale delle nostre democrazie, e in questa crisi la politica è una specie di macchina tarata per selezionare i mediocri. Solo la cultura potrà salvarci.

Cosa può realmente fare ognuno di noi nel suo piccolo per aiutare il cambio di direzione di cui c’è tanto bisogno e qual è il livello di accessibilità alle informazioni sullo stato attuale dell’inquinamento, delle sue conseguenze e delle, speriamo tempestive, soluzioni?

Ciascuno di noi può, nel suo piccolo, cambiare le proprie abitudini di vita e di consumo. Ma soprattutto, come opinione pubblica, deve fare pressione sulle classi dirigenti perché si occupino seriamente e radicalmente del problema. Bisogna far capire che il consenso necessario per prendere misure radicali c’è, anche se verrà leggermente intaccato il nostro tenore di vita. In questi anni qualche risultato lo si è ottenuto, ma non basta.

Bisogna insistere, perché abbiamo, forse, ancora una quindicina, una ventina d’anni «utili». Dopo sarà troppo tardi.

 Sara Di Iorio

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