JC_3

Ieri sera al Mudam si è svolta la presentazione del film dell’artista Jacques Charlier intitolato “Jacques Charlier, pirate de l’art”. Raramente i film biografici degli artisti sono divertenti e/o interessanti, ma tant’é, quello che ho visto ieri sera al Mudam, mi ha fatto venire voglia di conoscere più approfonditamente l’opera dell’artista belga.

Il film è stato realizzato in 9 giorni, dal regista-documentarista Jacques Donjean. È il ritratto non solo di un artista ma dell’intero Belgio e dei suoi fenomeni artistici.

Un’artista che in Italia non è conosciuto ma in Belgio gli sono state dedicate varie personali partecipando anche alla Biennale di Venezia per rappresentare il suo Paese. La cosa che colpisce è il suo essere poliedrico: i progetti che realizza sono creati attraverso vari media. A volte usa la fotografia, altre la pittura, altre ancora la decorazione d’interni, altre  ancora la musica.

Colpisce soprattutto che sia un completo autodidatta: ha lavorato per 20 anni nel servizio pubblico del commune di Liege, dove ha approfitatto di ogni occasione per creare la sua arte. Un esempio lampante il video realizzato con il suo collega, il quale imita perfettamente Elvis Presley. Il video ha partecipato alla Biennale del ’75. Per la fine del mondo predetta dai Maya, nel 2012, ha organizzato una grande festa che prevedeva il teletrasporto.

Se si parla invece dell’arte di oggi, Charlier non ha paura di dire quello che pensa. Per l’artista l’arte contemporanea è, infatti, un mezzo per distinguersi socialmente; sia per chi la fa sia per chi la compra. Prima c’era un percorso graduale, dalla piccola esposizione nella galleria fino ad avere l’onore di essere esposto in un museo. Ora i musei sono le nuove gallerie e le gallerie semplici negozi che vendono un prodotto.

Il problema per Charlier sta tutto nel fatto che oggi, l’arte è vista come un culto, non come una cosa a sè stante. Ecco, quindi, che le Accademie si riempiono di persone, come lui stesso le definisce, che sono gli aristocratrici del potere. L’arte è diventata un’abitudine sociale e di certo, qualcosa a cui siamo abituati. Il problema sta proprio in questo: perchè i giovani artisti di oggi che credono di campare di arte non hanno capito che la gavetta personale e lavorativa bisogna farla; la prova è proprio Charlier che ha lavorato per vent’anni nel servizio pubblico senza farsene un cruccio, ma cercando di scovarne sempre i lati positive e utili per esprimere la sua arte. Un esempio che gli artisti di oggi dovrebbero seguire.

Valentina Agostini

Potrebbe interessarti anche questo

Ancora due residenti lussemburghesi rapiti in acque internazionali

(18.05.2026) È in corso un intervento armato illegale da parte delle forze di occupazione israeliane nella zona di ricerca e soccorso cipriota. Le imbarcazioni hanno lanciato segnali di soccorso e ci aspettiamo che le autorità cipriote adempiano ai loro obblighi…

Una firma per l’8xmille, gesto sinodale

L’arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, mons. Erio Castellucci, è vicepresidente della CEI e presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale. Proprio nell’ottica di questo percorso di comunione delle Chiese che sono in Italia, analizza punti di forza…

Oltre l’algoritmo: l’indagine sul sacro come atto di resistenza

In un’epoca dominata dal “pensiero computazionale” e dalla fredda logica delle Big Tech, l’essere umano rischia di smarrire la propria identità, scivolando da soggetto libero a oggetto statistico. È in questo scenario di “eclissi della ragione” che si inserisce “Indagine…

Fabric : “Until We Are Free”: funk, soul e libertà in movimento

Il collettivo romano Fabric esordisce nel 2026 con un album che intreccia funk, soul, afrobeat ed elettronica in chiave moderna e urbana. Fondato dal batterista Alex Dusty e dal musicista Tiziano Tarli, il progetto punta sulla contaminazione e sulla collaborazione…