In occasione della 49ª edizione del Festival du Film Italien de Villerupt – storico punto di riferimento per la celebrazione del grande cinema transalpino popolato da una forte radice d’autore e d’emigrazione – abbiamo incontrato il regista e sceneggiatore Francesco Bruni. Forte di un percorso artistico iniziato al fianco di maestri della sceneggiatura come Furio Scarpelli e consolidato da una regia capace di toccare con grazia le corde dell’intimismo e della psicologia individuale, Bruni presenta al festival il suo nuovo film, Il profilo dell’altra. Un’opera che segna uno scarto decisivo nella sua filmografia, virando verso una piega nettamente drammatica. Ai nostri microfoni, il regista riflette sul valore dell’ironia come lente per affrontare la realtà, sul rapporto di debito e rinnovamento nei confronti della commedia all’italiana e sul desiderio continuo di mettersi alla prova esplorando nuove forme narrative

Il tuo marchio di fabbrica è sempre stato una commedia malinconica, in cui l’ironia non serve mai ad alleviare il dramma, ma a renderlo sopportabile. C’è mai stato un momento della tua carriera in cui hai temuto che il tono della commedia potesse “addolcire” troppo una critica sociale o umana che volevi fosse più spietata?
Ho sempre utilizzato lo strumento della commedia per veicolare e far passare significati più profondi, non necessariamente leggeri o scherzosi, come è avvenuto anche in Scialla! e Tutto quello che vuoi. Non mi sono mai preoccupato che la struttura comica potesse annacquare i contenuti più seri. Nel caso de Il profilo dell’altra, la questione non si è nemmeno posta perché si tratta a tutti gli effetti di un film drammatico (anche se alcuni lo definiscono dramedy per la presenza di alcune sfumature ironiche). Specialmente nella seconda parte, la storia prende una piega decisamente drammatica.
Il festival di Villerupt è storicamente il luogo di celebrazione del grande cinema italiano popolare e d’autore. Se dovessi fare un’analisi del tuo percorso, quanto ritieni che il tuo modo di scrivere sia debitore della classica “commedia all’italiana” e quanto invece sia frutto di un rifiuto conscio di quei canoni tradizionali?
Nasco come sceneggiatore ed essendomi formato con un maestro come Furio Scarpelli – tra le firme più illustri della commedia all’italiana – , ho sempre cercato di rinnovare quella tradizione. Come regista, tuttavia, non credo di aver mai realizzato opere ascrivibili pienamente a quel genere: non ho mai affrontato direttamente grandi temi socio-politici d’attualità, preferendo posizionarmi su un versante più privato, intimo e psicologico, che guarda piuttosto al cinema indipendente americano.
Guardando indietro a tutta la tua filmografia – sia da sceneggiatore che da regista – , qual è quell’intuizione o quell’angolo di storia che senti di non essere ancora riuscito a mettere sullo schermo come avresti voluto, e che continua a riaffiorare sotto forme diverse nei tuoi film?
Guardando al cinema d’autore europeo, sono sempre stato affascinato dalla capacità di mettere in scena una dialettica complessa e contraddittoria, in cui il confine tra ragione e torto non sia mai manicheo o scontato. In parte ci sono riuscito con questo film, ma in futuro vorrei affrancarmi del tutto dai codici della commedia per affrontare tematiche ancora più scottanti e intrinseche di contraddizione, anche a costo di rischiare una parte del consenso del pubblico.
Elisa Cutullè