Il Festival del Cinema Italiano di Villerupt (Francia), storicamente radicato nel cuore dell’ex bacino minerario della Lorena e punto di riferimento culturale per la Grande Regione, ha insignito il regista Edoardo De Angelis del Premio Amilcar alla carriera. Un riconoscimento che celebra un percorso cinematografico da sempre attento ai margini, al lavoro e alle storie di chi attraversa i confini – geografici o interiori – portando con sé il bagaglio della propria terra. Un premio che prende il suo nome da Amilcar Zannoni, celebre scultore italo-francese che ha realizzato la statuetta ufficiale del festival (l’Amilcar, appunto)

In occasione della rassegna transfrontaliera, dove ha presentato sia la maestosità storica di Comandante sia la dimensione intima de Il fuoco che ti porti dentro, abbiamo incontrato il regista partenopeo per una riflessione a tutto campo sul valore della memoria, sul senso di appartenenza e sul ruolo etico e politico del cinema contemporaneo.
Il Festival di Villerupt affonda le sue radici in una terra di confine, storicamente legata all’immigrazione italiana e al lavoro minerario. Il tuo cinema esplora da sempre comunità marginali o confinate (dalla Castel Volturno di Indivisibili e Il vizio della speranza fino al guscio d’acciaio del Comandante). Ricevere l’Amilcar alla carriera in questo luogo cambia il modo in cui percepisci la “geografia della solitudine” nei tuoi personaggi?
Cogli un punto che per me è molto importante dire. È una questione antropologica, prima ancora che cinematografica: Villerupt ha una storia molto simile alla mia Bagnoli, perché si sviluppa attorno al polo siderurgico, è un luogo a vocazione prevalentemente operaia ed è anche frutto della miscellanea avvenuta sotto il flusso della migrazione.
Quindi, se guardo alla mia età e al fatto che ho fatto qualche film, un premio alla carriera potrebbe sembrare prematuro. Io invece lo accolgo con emozione e gratitudine, cogliendone l’aspetto benaugurante.
Soprattutto mi piace venire qui a ritirarlo perché sento la vicinanza del sentimento del confine. La vicinanza del sentimento di chi emigra alla ricerca di occasioni migliori per sé e per i propri figli, ma porta sempre dentro tutto il bagaglio di informazioni contenuto nel codice genetico; quindi, più che ridisegnare la mia geografia, la aggiorna. Ancora una volta mi ribadisce un concetto di cui sono profondamente convinto: la storia di un uomo è la storia di tutti gli uomini.
I festival francofoni come quello di Villerupt offrono uno sguardo esterno sul nostro cinema. Sentendo apprezzato il tuo percorso all’estero, qual è la caratteristica del cinema italiano che ritieni venga compresa meglio oltreconfine rispetto al dibattito critico interno?
Non lo so, me lo sono sempre chiesto, però mi sfugge questa nozione e infatti poi ho smesso di chiedermelo. Credo che io possa riuscire, come autore, a restare in equilibrio fintanto che mantengo il distacco dal meccanismo della descrizione del mio lavoro, che è un onere spettante ad altri. L’unica cosa che posso e devo continuare a fare è concentrarmi sui film e farli al meglio. Desidero che i miei film siano sempre identitari. Questo per me è molto importante, perché altrimenti perderebbero di senso.
Da spettatore, mi emoziono quando vedo un film che contiene una verità, da qualunque cultura provenga; anzi, se la cultura è lontanissima dalla mia ma contiene un’onestà umana che riconosco, genera un’emozione ancora più forte. Questo mi sembra abbastanza rilevabile in maniera costante negli incontri fuori dal territorio nazionale italiano. Mi ricordo a Venezia quest’anno: una tua collega coreana mi ha detto che Angela le ricordava sua nonna. Ora sappiamo che in Corea si frigge molto e quindi forse la frittura ha rappresentato un trait d’union tra Napoli e la Corea, ma penso che questo lo possiamo reperire veramente dovunque.
Il cinema travalica i confini proprio perché parla di questioni profondamente personali: più è personale, più riguarda tutti. Più un film contiene uno sforzo di universalizzazione, più si spersonalizza e meno riguarda nessuno.
Nel tuo percorso da regista e produttore (O’ Groove, la casa di produzione fondata con Pierpaolo Verga, ndr), hai spesso raccontato l’etica del soccorso, della sopravvivenza e del riscatto morale. Qual è oggi il confine tra l’impegno civile di chi fa cinema e l’autonomia dell’opera d’arte rispetto alla propaganda di parte?
Ti rispondo ancora una volta smarcandomi da qualunque possibilità di voler dire agli altri come debbano funzionare le cose. Ti dico come la vedo io come autore. Per me tra realizzare un’opera d’arte libera e la posizione politica dell’autore non c’è differenza. L’opera è politica, il cinema è politico per definizione; è una faccenda ontologica, è un mezzo di comunicazione di massa ed è il gesto di un individuo che si rivolge a una moltitudine, quindi è un gesto politico di per sé.
La propaganda: per fortuna ancora non ci siamo imbattuti in forme di censura legate alla propaganda. Se succederà mai, mi ribellerò come a ogni altra forma di costrizione della creazione artistica.
Elisa Cutullè
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