Non è solo questione di istruzione: secondo Telmo Pievani, il cervello umano si autoinganna per natura, e chi sa poco ma si sente esperto resiste a ogni smentita, aiutato da web e algoritmi. A rendere tutto più difficile c’è chi il dubbio lo semina di proposito, come hanno fatto tabacco e petrolio. L’antidoto? Umiltà e il coraggio di dire “non so”
Nel dibattito contemporaneo si è consolidata un’idea rassicurante quanto falsa: che la disinformazione e il rifiuto dei dati scientifici siano un problema legato esclusivamente all’analfabetismo funzionale o alla mancanza di istruzione. Nel saggio Sei storie di buona ignoranza (Raffaello Cortina Editore, 2026), Telmo Pievani demolisce questa visione semplicistica. Richiamando recenti ricerche di scienze cognitive e psicologia sociale, l’autore mostra come l’autoinganno sia una caratteristica strutturale del cervello umano, spesso affinata e potenziata proprio da chi possiede elevati strumenti intellettuali.

Il nostro cervello non si è evoluto per elaborare verità oggettive o per comprendere la meccanica quantistica e la selezione naturale, ma per garantire la sopravvivenza immediata all’interno di piccoli gruppi. Ciò ha selezionato una serie di scorciatoie cognitive (bias) che ci portano a privilegiare i segnali di minaccia immediata, a diffidare dell’inconsueto e, soprattutto, a proteggere ad ogni costo la nostra autostima e l’appartenenza al gruppo di riferimento. Mentire a se stessi – l’autoinganno endogeno – è servito nel corso della nostra storia evolutiva a mentire meglio agli altri, riducendo lo stress e aumentando la credibilità nei conflitti sociali.
Pievani analizza con estrema precisione il cortocircuito che si crea tra la conoscenza oggettiva (ciò che una persona sa realmente) e la conoscenza soggettiva (ciò che una persona crede di sapere). Nelle polemiche pubbliche più infuocate – dalle campagne vaccinali alle controversie sugli OGM, fino al negazionismo climatico – i soggetti maggiormente polarizzati non sono quelli privi di informazioni, ma quelli che hanno accumulato un elevato grado di confidenza soggettiva attraverso ricerche individuali condotte in modo viziato. Questo fenomeno, noto come effetto Dunning-Kruger, porta chi ha una comprensione superficiale di un problema complesso a ritenersi più competente degli esperti del settore. L’accesso incontrollato alle informazioni su Internet e l’interazione costante con gli algoritmi dei social media e delle chatbot generative agiscono da cassa di risonanza per questo meccanismo. La tecnologia digitale non colma il divario di conoscenza, ma fornisce a ciascuno il materiale argomentativo necessario per confermare le proprie idee preconcette, creando bolle di certezza impermeabili alle smentite empiriche.
Un capitolo cruciale della riflessione di Pievani riguarda l’agnotologia, ovvero lo studio della produzione intenzionale e pianificata dell’ignoranza. L’autore ripercorre le strategie adottate dalle multinazionali del tabacco nella seconda metà del Novecento, poi replicate dall’industria dei combustibili fossili. Quando un gruppo di interesse non può smentire direttamente i dati scientifici, la tattica più efficace consiste nel seminare il dubbio, finanziando ricerche di comodo e pretendendo che nei media venga dato “pari spazio” a tesi stravaganti in nome di un falso pluralismo.
Questa fabbricazione del dubbio trasforma il dibattito pubblico in un’arena di bullshit (secondo la celebre definizione del filosofo Harry Frankfurt): affermazioni che non sono necessariamente false, ma che sono del tutto indifferenti alla verità e servono solo a distrarre, confondere e ritardare le decisioni collettive. In questo contesto, l’ignoranza cessa di essere una semplice mancanza di nozioni e diventa un’arma di condizionamento politico ed economico.
Per uscire da questo stallo, Pievani suggerisce che l’unica difesa praticabile sia l’esercizio dell’agnosticismo metodologico e dell’umiltà epistemica. Non si tratta di crollare in un relativismo dove tutte le opinioni si equivalgono, ma di comprendere come funziona il processo scientifico. La scienza non produce Verità assolute e immutabili, ma formule corroborate e rivedibili alla luce di nuove prove. La lezione del saggio risiede nella necessità di promuovere un’alfabetizzazione mediatica che insegni a riconoscere le trappole dell’autoinganno. Riconoscere la “buona ignoranza” significa riappropriarsi della capacità di dire “non so”, trasformando l’incertezza in un’opportunità di ascolto, di verifica rigorosa delle fonti e di confronto razionale, contro ogni forma di fanatismo e di manipolazione populista.
Elisa Cutullè