Il suo lavoro editoriale si muove lungo una linea precisa: raccontare i luoghi non come cartoline, ma come spazi attraversati da conflitti, cambiamenti e stratificazioni invisibili. Nel numero Tokyo di The Passenger pubblicato a novembre 2025, Agosta contribuisce a costruire un ritratto della capitale giapponese che rifiuta l’esotismo e si concentra invece sulle contraddizioni prodotte dalla contemporaneità globale

Tokyo non è più una destinazione per pochi appassionati o viaggiatori “iniziati”. La svalutazione dello yen e la crescita dei flussi turistici internazionali l’hanno resa una città sempre più accessibile, amplificando al tempo stesso le tensioni che attraversano il suo tessuto sociale. Dietro l’immagine di una metropoli iper-organizzata, sicura e perfettamente funzionante, emergono fragilità generazionali, mutamenti politici e trasformazioni urbane che mettono in discussione il racconto dominante. A guidare questo sguardo è Marco Agosta, giornalista e caporedattore di The Passenger – il libro-magazine di Iperborea – , che da anni si occupa di trasformazioni sociali e urbane, con particolare attenzione ai processi politici e culturali contemporanei.
Intervista

Impatto di overtourism (eccessivo afflusso di turisti, ndr) e svalutazione dello yen: in che modo questo duplice cambiamento ha inciso sulla scelta di dedicare un intero numero a Tokyo e sull’immagine che The Passenger vuole trasmettere?
Più che determinare la scelta, overtourism e svalutazione dello yen hanno rafforzato una decisione che era già matura. Il Giappone è da tempo uno dei temi centrali della collana: il volume del 2018 dedicato al Paese resta il best seller assoluto di The Passenger, uscito però in un contesto completamente diverso, quando lo yen era forte e il turismo di massa non aveva ancora raggiunto le dimensioni attuali.
Nel frattempo molte cose sono cambiate. Alcuni passaggi di quel numero risultavano inevitabilmente datati: dalla figura di Shinzo Abe, ancora centrale nel racconto politico, fino all’idea di un Giappone sostanzialmente immune dal populismo. Tornare sul Giappone, scegliendo Tokyo come fuoco dell’analisi, significava aggiornare lo sguardo e fotografare una città oggi al centro di trasformazioni economiche, simboliche e sociali molto profonde.
Sicurezza, disagio e nuove forme di populismo: come avete bilanciato i lati più oscuri della società giapponese con l’immagine globale di ordine e vivibilità?

Il bilanciamento tra luci e ombre è uno dei principi fondanti della collana. The Passenger nasce per confrontarsi con la realtà sociale e politica dei luoghi, non per promuoverli. Nel caso del Giappone, il rischio maggiore non è quello di essere troppo critici, ma di cadere in una narrazione che insiste sulle presunte “stranezze” in chiave esotica.
Fenomeni come quello dei Tōyoko kids, adolescenti che vivono in strada nelle aree di Shinjuku, incrinano l’immagine di una sicurezza assoluta. Si tratta di una fragilità recente, emersa soprattutto durante la pandemia, che rivela zone d’ombra spesso rimosse dal racconto pubblico. Lo stesso vale per l’emergere dei cosiddetti “candidati meme” e di nuove forme di populismo locale: non semplici anomalie folkloristiche, ma segnali di una tensione sociale che inizia a riflettersi anche nella sfera politica.
Anime, manga e soft power: in che modo il reportage analizza il passaggio da fenomeno di nicchia a motore economico globale?
Akihabara è uno dei luoghi chiave per raccontare questa trasformazione. Quartiere simbolo dell’elettronica e dell’avanguardia tecnologica, oggi rappresenta il successo globale dell’immaginario giapponese. Il passaggio è evidente: il Giappone non esporta più soltanto tecnologia, ma soprattutto narrazioni, personaggi e mondi simbolici.
Anime e manga, un tempo relegati a circuiti ristretti, sono diventati uno degli strumenti di soft power più efficaci a livello globale. Durante la lavorazione del numero è apparso chiaro come questi prodotti culturali abbiano superato le barriere delle “nicchie”, entrando stabilmente nell’esperienza quotidiana e ridefinendo l’identità stessa dei luoghi che li incarnano.
La nuova classe migrante e la fine dell’omogeneità: qual è il significato editoriale di includere la prospettiva della comunità cinese e il suo impatto sulla città?
Nei volumi dedicati alle città, The Passenger sceglie spesso di raccontare una minoranza come chiave di lettura del cambiamento urbano. Nel caso di Tokyo, questa scelta assume un peso particolare: il Giappone continua a essere percepito come una società fortemente omogenea.
La crescita della comunità cinese a Tokyo è invece un fenomeno recente e profondamente contemporaneo. Molti nuovi residenti arrivano non per inseguire opportunità economiche tradizionali, ma per allontanarsi dalle restrizioni politiche e sociali vissute in patria, soprattutto durante la pandemia. Si tratta spesso di famiglie istruite, con aspettative elevate nei confronti del sistema educativo.
Questo flusso sta già producendo effetti concreti sul tessuto urbano: maggiore pressione sul mercato immobiliare, cambiamenti nella composizione sociale di alcuni quartieri, nuove dinamiche competitive nell’istruzione. Raccontare questa minoranza significa osservare Tokyo come una città in trasformazione, dove l’idea di omogeneità inizia lentamente a incrinarsi.
Elisa Cutullè
