Ikonen allo Stattstheater di Saarbrücken è uno di quegli spettacoli che non si limitano a essere visti: si sedimentano. Tre coreografie autonome che dialogano tra loro come tre capitoli di un’unica riflessione sull’essere umano. Una è di Diego Tortelli, il coreografo italiano che ha preparato lo spettacolo per la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina che si terrà il prossimo 22 febbraio. Lo abbiamo intervistato
Se con Noces Angelin Preljocaj affonda nella cultura dell’Est Europa per raccontare la relazione amorosa come rituale collettivo e, al tempo stesso, come prigione, con le spose che sembrano marionette, inchiodate a ruoli prestabiliti, in una danza che mette a nudo il lato oscuro della tradizione e delle convenzioni sociali; Stijn Celis, con Alte Erde, cambia registro: pochi corpi (solo tre danzatori) e un uso significativo del video costruiscono un paesaggio emotivo che guarda all’Africa come luogo simbolico di origine. Un lavoro che parla di radici, di forza primordiale, di connessione tra corpo e natura, dove la tecnologia non allontana ma amplifica la presenza fisica.

Poi c’è ICONIC: Pink Floyd di Diego Tortelli che si apre in modo inquietante, con un occhio che osserva e una tensione immediata che cattura lo spettatore. Da lì nasce un viaggio fatto di piccoli passi, scarti e ripetizioni che mettono in scena la doppia polarità dell’essere: il confronto costante tra ciò che siamo e ciò da cui sentiamo il bisogno di separarci. Temi eterni dell’anima umana, che il coreografo italiano restituisce con grande intensità. Tre opere diversissime, ma unite dal desiderio di rendere visibile ciò che è iconico nell’uomo: il rito, l’origine, l’identità. È proprio da qui che prende avvio il nostro dialogo con Diego Tortelli. Nelle domande che seguono il coreografo riflette sul passaggio dalla scena teatrale ai grandi eventi globali, sul lavoro con l’energia collettiva e sul significato di creare immagini capaci di parlare a un pubblico planetario. Un’intervista che non cerca risposte definitive, ma apre nuove prospettive sul futuro della danza e sull’idea stessa di icona.
In ICONIC: Pink Floyd è presente una forte componente di energia collettiva. Come lavori con i danzatori per trasformare individualità e ruoli in un unico movimento corale?
L’energia collettiva di ICONIC: Pink Floyd nasce da un lavoro estremamente preciso sulle individualità. Ogni danzatore è invitato a portare in scena il proprio caos, la propria storia, il proprio colore.
Il gruppo — il “prisma” — non annulla le differenze, ma le attraversa e le restituisce amplificate. L’alternanza tra immagini corali e soli, duetti o piccoli ensemble permette al movimento collettivo di restare vivo, instabile, mai puramente decorativo, ma sempre attraversato da una tensione umana reale.
La tua carriera va dal teatro-danza all’opera e persino a eventi globali. Che cosa significa spostarsi dal palcoscenico delle produzioni teatrali a quello della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026?

Con totale onestà e grande umiltà, credo che non si sia mai davvero pronti per un evento di una tale portata. Ed è forse proprio questo il suo fascino più profondo: la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa che ti supera, che ti obbliga ad allargare lo sguardo e a rimettere continuamente in discussione i tuoi strumenti. Quello che sento di aver coltivato nel tempo non è tanto una preparazione specifica, quanto un’attitudine: un’apertura sincera, una disponibilità totale all’ascolto e un desiderio autentico di dare sempre il massimo.
Una cerimonia olimpica richiede una visione globale, un impatto potente, ma allo stesso tempo profondamente poetico. Mi sento estremamente fortunato ad aver attraversato, nel mio percorso, contesti molto diversi tra loro: teatro-danza, opera, grandi eventi, creazioni intime e lavori monumentali. Non ho mai voluto rinchiudere la mia danza dentro i confini di un solo linguaggio o di un solo luogo. L’ho sempre messa al servizio di ciò che era necessario, adattandola alle diverse richieste senza perdere la mia identità e la mia estetica.
La tecnologia sarà sicuramente un elemento molto presente, soprattutto nel set design e negli elementi scenici, ma sempre in una chiave fortemente poetica e umana. La danza ha una straordinaria capacità di trasformazione e adattamento, e io mi sono sempre imposto di non limitarla, di permetterle di esistere ovunque potesse essere utile e necessaria. Creare per una cerimonia olimpica significa inoltre entrare a far parte di un team creativo di assoluta eccellenza, dove lo scambio continuo, l’ascolto reciproco e il nutrirsi l’uno dell’altro rendono speciale non solo il risultato finale, ma anche l’intero processo creativo. Sono profondamente grato alla regista Stefania Opipari e a Filmmaster per avermi voluto all’interno di questo straordinario team e per aver creduto con tanta forza nella bellezza e nel potere della danza.

Nel tuo ruolo di Head of Choreography per la cerimonia delle Olimpiadi, come hai traslato la tua poetica personale, spesso intima e concettuale, a uno spettacolo pensato per un pubblico planetario?
Ho sempre creduto profondamente nella conoscenza: nel sapere cosa è stato fatto prima, senza usare la parola “innovazione” come un alibi. Mi interessa il punto di vista, più che l’invenzione dal nulla. La Cerimonia di Atene 2004 resta per me un riferimento fondamentale: profondamente greca, fiera della propria identità. Da lì ho tratto l’insegnamento della fierezza culturale, che ho portato con me nel lavoro per Milano Cortina. La visione complessiva della Cerimonia si fonda su un dialogo continuo tra tributo, innovazione e presenza. Racconta forza e fragilità, atletismo e poesia. Come in ogni mio lavoro, al centro c’è il corpo: un corpo allenato, consapevole, sostenuto da un’idea di squadra. Il danzatore è un atleta e l’atleta, nel momento di massima consapevolezza, diventa artista. È lì che il gesto smette di essere performance e diventa poesia, diventa iconico.
Ultimo spettacolo per la stagione: 24 gennaio 2026
Info e biglietti: https://www.staatstheater.saarland/detail/ikonen
Elisa Cutullè
