Nel panorama letterario contemporaneo, la poesia si rivela un rifugio e, al contempo, un avamposto per esplorare l’ignoto. Con la sua ultima opera, Eri neve e ti sei sciolta (Re Nudo, collana RHYME), Elena Mearini autrice di narrativa e poesia, nonché fondatrice e direttrice della Piccola Accademia di Poesia di Milano, non solo affronta il lutto, ma ridefinisce il ruolo del verso. L’opera, dedicata alla sua cagnolina Maya, è un viaggio poetico e intimo attraverso il dolore della perdita, invitando a una riflessione universale sulla fragilità dell’esistenza. Come sottolinea Lello Voce nella prefazione, il libro fa del ricordo di Maya “il centro motore di una riflessione ben più ampia, al centro della quale sta il linguaggio e in cui la relazione con l’animale è la cartina al tornasole che porta alla luce la fragilità e l’impotenza della cultura umana di fronte all’infinita potenza e imperscrutabilità della natura”. Ci addentriamo con lei nella dimensione etica e spirituale della scrittura, interrogando la sua capacità di “stare” e di rivelare ciò che è nascosto

Quanto è stato intenzionale l’uso della poesia come strumento per “esplorare un mondo negato agli umani, ma a loro indispensabile”, e quanto invece è scaturito spontaneamente dal lutto?

Il linguaggio poetico ti pone per natura in una posizione di sfasamento rispetto al tempo ordinario, ti ritrovi a guardare il presente da un punto di vista inedito, come se guardassi la solita strada che percorri ogni giorno da una visione aerea. La poesia ti consente così di rivelare ciò che è presente ma non visibile. La morte di Maya ha rafforzato questo stare obliquo tra il noto della vita e l’ignoto della morte, quindi tra il tempo manifesto e quello nascosto.

Una sezione del libro afferma: “nessuna metafora può sostituirti”. Questo sembra essere un paradosso per un’opera poetica, che per sua natura vive di metafore. Ci puoi parlare di come hai affrontato il limite del linguaggio nel tentativo di rendere un’assenza irriducibile?

 Ogni linguaggio è per natura fallimentare, anche quello poetico…il poeta è destinato a rasentare di continuo l’assenza senza mai riuscire ad “abitarla”, si muove attorno al suo perimetro ma non può entrare in essa…l’assenza è del resto il mistero, se riuscissimo a raggiungerlo lo perderemmo, e smetteremmo così di scrivere.

Nel libro, scrivi: “Scrivere poesia è, per l’autrice, il limite più avanzato per esplorare un mondo negato agli umani”. Qual è, secondo te, il ruolo etico o spirituale della poesia in un’epoca che sembra dare sempre più valore alla rapidità e all’immediatezza?

Il valore credo sia la capacità del verso di stare e fermarsi in ciò che accade. La poesia non scappa, resta comunque e nonostante.

Elisa Cutullè

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