Sarà la bellezza a salvare il mondo? Lo diceva, in un contesto diverso, il principe Myškin ne L’idiota di Dostoevskij, ma in questi tempi complicati viene da chiedersi se non potrebbe forse essere anche una sincera ricerca del bello in senso ampio, cioè dell’armonia, dell’attenzione per l’ambiente, dell’utile al servizio dell’uomo, a dare una direzione più corretta a questo mondo confuso e in subbuglio

Si è parlato anche di questo il 14 marzo al Forum da Vinci di Lussemburgo in occasione dell’8a edizione dell’Italian Design Day, la Giornata del Design Italiano organizzata, come di consueto, dal Ministero degli Affari Esteri (Farnesina) in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali.

L’evento interessa ormai oltre 100 Paesi nel mondo e prevede un ampio programma di attività promozionali realizzate da ambasciate, consolati, istituti italiani di cultura e uffici di rappresentanza all’estero. E quest’anno in Lussemburgo l’Ambasciata d’Italia, in collaborazione con la Camera di Commercio Italo-Lussemburghese (CCIL), ha invitato due personalità di spicco del mondo del design italiano per una conferenza incentrata sulla creatività, le tendenze ma anche i valori che contraddistinguono lo stile italiano, sempre più apprezzato nel mondo e sempre capace di dire qualcosa di nuovo.

Introdotti da Damiano Rampini in rappresentanza dell’Ambasciata d’Italia in Lussemburgo e dal presidente della CCIL Fabio Morvilli, sono quindi intervenuti Silvia Robertazzi, giornalista, scrittrice e critica del design di lunga esperienza e Nicola Gallizia, designer di Molteni&C (nella foto) – tra le aziende leader dell’arredamento di design italiano – autore di alcune realizzazioni iconiche degli ultimi decenni e attento osservatore del mondo del design italiano.

Nicola Gallizia

I due ospiti hanno dato vita a un dialogo profondo ed estremamente interessante. Se tutti sappiamo che il design è qualcosa che va ben al di là della semplice forma di un oggetto, l’ampiezza di valori coinvolti oggi nell’attività di design potrebbe sfuggire a coloro che non seguono questo mondo da vicino. Silvia Robertazzi (nella foto) – tra l’altra nominata quest’anno “Ambasciatrice del Design italiano” – ha esordito con una frase di Enzo Mari, grande professionista scomparso recentemente: “Il design è sempre legato al mondo”. Un’affermazione che sottolinea come il design sia inevitabilmente intrecciato alla società, al periodo storico, ai valori e alla cultura dell’uomo del suo tempo. Il design rispecchia il mondo che lo produce e testimonia le sue visioni, una caratteristica ancora più vera oggi, con una Terra in sofferenza dove la natura ci manda continuamente segnali di un malessere globale.

E il design dei nostri giorni se ne fa carico, concentrandosi sull’importanza dei materiali, preoccupandosi sempre più del ciclo di vita degli oggetti e del loro riciclo, introducendo per ogni produzione il concetto di ridotta impronta ambientale. Non siamo i soli ad abitare il mondo, la natura non è soltanto un magazzino da cui prendere quello che ci serve: e così il design del nostro tempo – e in particolare quello italiano – è molto attento alla sostenibilità dei prodotti e al loro impatto ambientale, con un interesse sempre maggiore verso il riutilizzo dei materiali e la circolarità della produzione.

Silvia Robertazzi

Ne sono esempi, tra i mille possibili, un’azienda italiana che recupera le reti da pesca per creare nuovi prodotti tessili, o un’altra che produce filati biodegradabili partendo dalla canna da zucchero. “Il design è tutto quello che ci circonda”, ha spiegato Silvia Robertazzi, e quindi valori fondamentali come l’attenzione verso il prodotto e la cura della sua realizzazione si estendono ormai ai processi produttivi, alle filiere coinvolte, all’utilizzo attento dell’energia e al re-impiego futuro dei prodotti una volta terminata la loro funzione primaria. Un’idea compresa già molti anni fa da alcuni dei nostri più grandi designer come i fratelli Castiglioni, quando parlavano di coniugare insieme concetti come la bellezza, la funzionalità e la durabilità.

In questo senso si capisce come le scelte produttive siano fortemente collegate a una visione etica del futuro, e come attraverso le sue realizzazioni il design possa realmente cambiare il mondo. Un approccio in cui la progettazione e la produzione di oggetti segua processi rispettosi dell’ambiente, dove la responsabilità di non alterare la natura sia un sottofondo sempre presente ad ogni passo può solo produrre un mondo migliore per tutti. Ma per arrivare a questo è necessaria anche una ricerca continua, la scelta coraggiosa dell’innovazione e l’applicazione di nuove tecnologie: e in questo il design italiano è all’avanguardia, come testimoniano centinaia di imprese, non di rado di piccole dimensioni e gestite da giovani, che portano avanti visioni responsabili e incredibilmente innovative. Alla base quindi c’è una cultura d’impresa moderna, capace di porre al centro l’uomo e di cercare costantemente l’equilibrio tra scienza, tecnologia e ambiente. Un risultato che le aziende italiane stanno realizzando attraverso la collaborazione tra professionalità e sistemi diversi e, un tempo, lontani – tra laboratori artigiani e grandi industrie ad esempio, ma anche tra ricercatori e imprenditori, tra artisti e scienziati – e creando in questo modo nuovi, sorprendenti ponti che stanno dando ottimi frutti.

Come si capisce da questi spunti, il design contemporaneo fa parte di un discorso estremamente ampio, che coinvolge valori di grande importanza. Oggi come non mai il vero design è basato sul dialogo, sul confronto, sulla ricerca di nuove soluzioni condivise, sull’apertura mentale. Valori molto alti dunque, che se potessero diffondersi anche in altri ambiti sarebbero senz’altro utili alla società nel suo complesso. Oggi un’azienda di design non è solo il prodotto, ma è anche e soprattutto storia, memoria, ricerca, arte: in una parola, è cultura.

E su questo discorso si è introdotta perfettamente la testimonianza di Nicola Gallizia, che ha spiegato come il design abbia sempre bisogno di solide basi culturali. Il design è cambiamento, a volte persino rivoluzione, ma è anche continuità, rispetto per il passato e per la tradizione. La progettazione – ha detto Gallizia – deve affrontare il cambiamento incoraggiando sia l’innovazione, sia la conservazione dei valori fondamentali. Il design per definizione deve guardare avanti, immaginare nuovi scenari, raggiungere una sintesi coerente tra forme e funzioni alla continua ricerca del bello e dell’utile, del funzionale, ma senza dimenticare la storia e le radici. E questo, se ci pensiamo bene, è un atteggiamento che dovrebbe valere anche in altri settori, in altri territori dell’attività dell’uomo. Un Gio Ponti in piena maturità, nell’ormai lontano 1957, nel suo splendido libro Amate l’architettura (sottotitolo: L’architettura è un cristallo) aveva già parlato della responsabilità sociale di chi progetta, del dovere morale di realizzare cose utili, funzionali, belle, sensate, giuste. Soprattutto, Gio Ponti aveva chiara l’idea che le forme, le strutture che noi realizziamo cambiano la vita di chi le utilizza, e possono contribuire a creare benessere, gioia, forse persino amore.

Un incontro dunque estremamente stimolante quello del 14 marzo per l’8a edizione dell’Italian Design Day. Con un’organizzazione, come sempre, di altissimo livello, si è avuto modo di affrontare argomenti importanti per tutti noi, e i numerosi partecipanti hanno avuto sicuramente tanti spunti per riflettere su quello che sarà il nostro futuro e sul ruolo del design, del ricerca del bello e del funzionale, per il nostro benessere.

E allora, davvero il mondo si salverà grazie alla bellezza? Difficile dirlo, ma la bellezza che il design ci offre può senz’altro aiutare il mondo a diventare un posto migliore in cui vivere. E anche solo questo non è poco.

Alessandro Torcello

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