La vita è bella lo stesso, il nuovo romanzo di Matteo Persica esce nelle lingue delle comunità italiane nel mondo, nell’anno del centenario. Intervista all’autore

Una notte, in un appartamento di Palazzo Altieri, un giovane giornalista bussa alla porta di Anna Magnani. Quella che doveva essere un’intervista va avanti fino all’alba e diventa il racconto di una vita intera.
Gli oggetti della casa aprono la memoria: i copioni e i ritagli sul tavolino, una fotografia più piccola delle altre. Da lì riaffiorano la madre che se ne va, la nonna Giovanna, il collegio, i palcoscenici di rivista, il set di Roma città aperta, l’Oscar, e Luca, il figlio, la ragione di tutto. Non c’è monologo interiore, e ogni parola fra virgolette è autentica: la Magnani parla, il giornalista ascolta, il libro registra. Ne esce un ritratto che non somiglia a quello sedimentato in cinquant’anni: non l’urlo di Roma città aperta, non la popolana sboccata, non la maschera. Una donna.

Il romanzo è costruito come un’unica notte, tra un’intervista che si trasforma in racconto di una vita intera: perché hai scelto questa forma, invece di una narrazione biografica più tradizionale?

La ragione vera è un’altra: volevo che fosse lei a parlare, non io a descriverla. Una biografia, per quanto rigorosa, resta sempre la voce dell’autore che racconta un personaggio dall’esterno. Il romanzo mi ha permesso di fare il contrario: entrare nella stanza e lasciare che fosse Anna Magnani a raccontarsi, con le sue parole (quelle vere, documentate, prese da interviste, trascrizioni radiofoniche e televisive, lettere). Io non parlo mai al posto suo, non le presto un pensiero che non abbia detto.

E la notte unica non è un espediente narrativo: è una disciplina. Tutto quello che succede in quella stanza deve reggersi su oggetti reali – i copioni, i ritagli, una fotografia sul tavolino – e su un tempo credibile. Non potevo permettermi digressioni o riempitivi: ogni parola doveva guadagnarsi il suo posto in quelle poche ore. È stata la forma più difficile che potessi scegliere, ma anche l’unica che mi permettesse di restituirle la voce invece di parlare ancora una volta io di lei.

Infatti, hai già scritto una biografia di Anna Magnani (Odoya, 2018). Che cosa ti ha fatto capire che c’era ancora un libro da scrivere, e cosa hai imparato in questi vent’anni di ricerca che non eri riuscito a dire prima?

È stato un bisogno improvviso e viscerale di scriverne ancora: quella donna non mi aveva lasciato andare. C’era anche un bisogno più personale, quello di rimettermi alla prova: pubblicare da solo, senza le protezioni di una casa editrice, per ricominciare daccapo.

Ma la ricerca, nel frattempo, non si era mai fermata. Dopo il 2016 ho continuato a cercare chiunque potesse raccontarmi qualcosa. Negli anni ho parlato con Franco Zeffirelli, con Franca Valeri, con i cugini di Anna – una viveva in Egitto -, con la sua governante. Persone che spesso non avevano mai parlato prima. E Luca Magnani mi ha aperto il suo archivio: articoli, lettere, appunti scritti di suo pugno da lei.

Quello che non ero riuscito a dire prima non è tanto un fatto nuovo, quanto un modo diverso di leggere i fatti che già avevo. Per fare un esempio: nella biografia raccontavo il suo metodo di lavoro; solo più avanti ho trovato una sua dichiarazione che lo spiega meglio di quanto avessi mai fatto io – diceva che entrava nel personaggio già leggendo la sceneggiatura, poi lo dimenticava consapevolmente, per poi ritrovarlo il primo giorno di ripresa-. Una fuga da sé fatta con metodo, non l’istinto febbrile che le hanno sempre attribuito. Il romanzo è nato per dare a lei lo spazio di dirlo con le sue parole, invece che con le mie. Senza retorica e senza mitizzare.

Il romanzo esce ora anche in inglese, francese e spagnolo, pensato esplicitamente per le comunità italiane all’estero. Cosa cambia, secondo te, nel modo in cui la storia di Magnani arriva a chi ha origini italiane ma non parla più la lingua?

Cambia una cosa molto concreta, prima ancora che culturale: chi ha origini italiane ma non parla più la lingua dei nonni oggi può leggere questa storia nella lingua in cui è cresciuto. Non è un dettaglio tecnico. Per una famiglia di emigrati, la lingua è spesso la prima cosa che si perde nel passaggio da una generazione all’altra e con la lingua si perde anche l’accesso diretto a pezzi della propria identità. Ho sempre pensato che fosse strano non ci fossero libri in altre lingue che raccontassero la sua vita.

Anna Magnani è uno di quei pezzi. È un’icona che appartiene al patrimonio identitario italiano quanto un piatto o una festa tramandata in famiglia, ma finora chi non leggeva l’italiano poteva conoscerla solo attraverso i film, mai attraverso la sua voce, i suoi pensieri, la sua storia raccontata per intero. Tradurre questo romanzo significa restituire quell’accesso a chi, per una generazione o due, ne era rimasto escluso. Non è un libro pensato per l’estero come mercato: è pensato per chi porta un cognome italiano e vuole finalmente conoscere una delle donne che quell’identità l’hanno definita, anche se il libro deve arrivargli in inglese, in francese o in spagnolo.

Matteo Persica Anna Magnani. La vita è bella lo stesso
Romanzo · 376 pagine (brossura)
Brossura (22€), rilegato ed edizione Kindle
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Disponibile in quattro lingue, tre formati ciascuna:
Italiano
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L’AUTORE
Matteo Persica ha dedicato ad Anna Magnani vent’anni di ricerca su fonti primarie. La sua biografia Anna Magnani. Biografia di una donna (Odoya, 2016) – «il più bel libro scritto su Anna Magnani», secondo Maurizio Costanzo – è stata presentata ai Festival del Cinema di Venezia, Torino e Roma. È il fondatore del Premio Anna Magnani, giunto alla dodicesima edizione.
Il romanzo è pubblicato in proprio, fuori da una casa editrice, per scelta dell’autore.

Intervista raccolta da Paola Cairo

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