Il sipario del New National Theatre di Tokyo si è aperto l’8 marzo su una produzione di Don Giovanni che sfida le convenzioni moderne per tornare alla pura essenza del dramma. In un allestimento che brilla per una scenografia imponente disposta su più livelli e costumi che rispettano fedelmente l’estetica settecentesca, lo spettatore viene catapultato in un’esperienza sensoriale e immersiva. In questo contesto di rara perfezione tecnica e silenzio sacrale — tipico dell’attento pubblico giapponese — la direzione musicale ha saputo far vibrare ogni sfumatura della partitura mozartiana, tra l’oscurità del sovrannaturale e la brillantezza della commedia
Protagonista assoluto di questo trionfo è il baritono Vito Priante. Nato a Napoli, Priante è oggi una delle voci più autorevoli del panorama internazionale. La sua carriera, coronata dal Premio Abbiati nel 2009, lo ha visto trionfare nei ruoli iconici della trilogia Mozart/Da Ponte alla Scala di Milano, alla Bayerische Staatsoper e al Festival di Salisburgo. Eppure, nonostante i successi mondiali, Priante mantiene un’integrità artistica rara: una maturità vocale che non cerca il facile applauso, ma la verità del personaggio.
Lo abbiamo incontrato in un pomeriggio che profuma di successi internazionali, dove ci ha accolto con la schiettezza che lo contraddistingue, offrendoci una visione del melodramma priva di filtri, capace di spogliare i personaggi dalle loro maschere tradizionali.

Come descriverebbe il percorso che l’ha portata dai suoi primi passi nel mondo dell’opera fino ai teatri internazionali più importanti?
È stata, ed è tuttora, un’avventura. Come ogni avventura, vive di contrasti: c’è la voglia bruciante di arrivare e, al contempo, la paura costante di precipitare. È un investimento continuo, non solo di energie ma anche economico e personale. Questo senso di incertezza è una costante che non ti permette mai di assaporare i traguardi fino in fondo, ma è ciò che mantiene viva la sfida.
Quali maestri o collaborazioni ritiene abbiano avuto l’impatto più profondo sulla sua evoluzione?
Ho ammirato molti artisti, ma sono sempre stato molto indipendente. Non ho mai permesso a nessuno di “plasmarmi” fino al punto di cambiare me stesso. Certo, tengo gli occhi e le orecchie aperti per capire e imparare, ma l’evoluzione deve restare un processo personale e autonomo.
Nel suo vasto repertorio, cosa la attrae maggiormente in un ruolo?
Cerco la bellezza nella musica, ma ciò che mi stimola davvero è ridare dignità ai cosiddetti “cattivi”. Nell’opera, come nella vita, le sfumature sono tutto. Prendiamo Don Giovanni: spesso viene dipinto come un assassino o un violentatore, ma se analizziamo il testo, vediamo un uomo che sfida il destino e che, in fondo, si limita a togliere le maschere agli altri. Amo esplorare queste complessità.
C’è stato un momento di “svolta” in cui ha capito di poter intraprendere una carriera internazionale?
In realtà è sempre stato l’obiettivo, sin dall’inizio. Non c’è stato un momento preciso di sorpresa; era il piano stabilito. Oggi la carriera nell’opera non può che essere internazionale.
Quanto conta la preparazione tecnica rispetto all’interpretazione drammatica?
Non esiste interpretazione senza tecnica. La tecnica è la base solida; senza di essa, puoi avere tutte le intenzioni drammatiche del mondo, ma non passeranno mai al pubblico. È come voler essere un grande ballerino senza avere il controllo del proprio corpo: le idee restano nella testa, ma non diventano arte.
Elisa Cutullè