L’8 marzo non è una festa. È una data che ricorda le assenze. Tra le più silenziose, le donne palestinesi, quelle dentro le carceri israeliane e quelle fuori, a tenere in piedi quello che resta
«Tornavo a Betlemme» inizia, «ero stata in Germania, un viaggio di lavoro». Sul ponte di Allenby, in quella linea che divide la Giordania e la Palestina, la normalità finisce. Al checkpoint controllato dagli israeliani non ci sono domande, né spiegazioni, ma solo il rumore delle manette che si chiudono sui polsi e la spinta sgarbata dentro un’auto. «Mi hanno messo una benda sugli occhi» racconta, «e non mi hanno detto nulla». Nel buio la prigioniera perde il senso dello spazio e del tempo, e si ritrova costretta in balia del carnefice. Lei non sa dove la portano, non sa il perché. Chiede di poter chiamare qualcuno, ma il suo interlocutore decide di lasciarla nel caos, condannandola all’estenuante e solitario compito di cercare risposte che non arriveranno.

Tolta la benda sa di essere in un campo militare. C’è un medico che le fa le domande di rito. «Gli ho detto che ero allergica agli antibiotici» ricorda. La trasferiscono a Ofer, una struttura di massima sicurezza gestita dal Servizio Penitenziario Israeliano. È l’unica in Cisgiordania. Quarantacinque minuti in una cella d’attesa, poi la sentenza: «Mi hanno detto che ero una minaccia alla sicurezza della nazione».
Riesce finalmente a chiamare un avvocato, e poi di nuovo le manette. Di nuovo la benda. La portano ad Hasharon, una prigione all’interno del territorio di Israele, nella regione costiera centrale dello Sharon. Questo è un trasferimento che viola il diritto internazionale umanitario: l’articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta alla potenza occupante di deportare i prigionieri al di fuori del territorio occupato. E in questo vuoto di diritto, la formalità non fa fatica a trasformarsi in umiliazione. «Mi hanno sottoposta a perquisizione a nudo» dice. Le urlano contro. La chiudono in una cella. Più tardi entra un poliziotto, la spinge in un angolo e la picchia con un mazzo di chiavi, lasciando segni e lividi sul suo corpo.
Dopo ore, un altro trasferimento. Un’altra cella. Una finestra senza vetri, che lascia entrare il freddo. Una telecamera di sicurezza, che controlla senza batter ciglio. E poi un bagno a vista, coperto di feci. È quasi imbarazzata a raccontarlo. Raccontare un evento in cui si è stati privati della dignità umana costringe la vittima a rivivere quel momento di disumanizzazione ed a esporsi allo sguardo altrui da quella stessa posizione degradante. «Ho chiesto di poter andare altrove, ma me lo hanno permesso solo la mattina dopo».
Quella stessa mattina, una nuova prigione. Il carcere di Damon si trova in territorio israeliano, arroccato in cima al Monte Carmelo, nei pressi di Haifa. Domina la costa e offre, dall’esterno, una vista sconfinata sul Mar Mediterraneo. Attualmente, Damon è la struttura principale in cui vengono recluse le prigioniere palestinesi. Per le donne palestinesi della Cisgiordania, che a causa dei checkpoint, del Muro di Separazione e dalla burocrazia di permessi imposta da Israele non hanno la possibilità di viaggiare verso la costa, quel carcere rappresenta l’unica occasione della loro intera esistenza per sperare di intravedere il mare. Tragicamente, la struttura è progettata per negare l’orizzonte. Le celle sono circondate da muri di cemento e le finestre sono sigillate da lastre di ferro e grate serrate. Le donne sanno che il Mediterraneo è a un passo, possono forse percepirne l’aria, ma sono murate dentro.
«Mi mettono davanti a un documento scritto in ebraico, che non capisco». Si rifiuta di firmare quella che potrebbe essere una confessione o una condanna, ma le urla la assalgono e lei, esausta, firma.
Il rito si ripete per l’ultima volta. Di nuovo il buio dietro la benda e l’impotenza delle mani legate dietro la schiena e dei lacci ai piedi. La spingono verso un’ennesima stanza. Questa volta però, seduto di fronte a lei c’è il suo avvocato.
«Sono rimasta in cella per tre mesi. La notte tenevano le luci accese e facevano rumori che ci impedivano di dormire. Qualche carceriere veniva a sbattere sulla porta per svegliarci senza motivo. Il cibo non bastava mai. Per tantissimo tempo, dopo la mia scarcerazione, ho continuato a vedere quella porta azzurra».
Quando la sua voce si ferma, il rumore del traffico di Betlemme torna a riempire la stanza in cui siamo seduti. Ha condiviso la sua storia con noi e, per quanto sia atroce, la cosa più agghiacciante è che non rappresenta un’eccezione, ma un copione.

Sono passati quasi due anni da quel racconto, e qualche mese in più dalla sua scarcerazione. A dicembre 2025 è stata lanciata una campagna internazionale per liberare Marwan Barghouti, un uomo incarcerato in Israele dal 2002 che, negli anni, è diventato un punto di riferimento per il popolo palestinese. Anche in Lussemburgo si parla di lui e dei prigionieri palestinesi. È così che ritrovo Milena Ansari, avvocata palestinese. L’avevo conosciuta a Betlemme; ora la risento per raccogliere la sua testimonianza insieme ad Arab, il figlio di Barghouti. Milena mi manda dei messaggi vocali da Betlemme. La sua voce è calma e concentrata, ma interrotta dalle sirene dell’allarme missilistico, che dopo l’attacco degli USA-Israele in Iran, deve aver aumentato la sua frequenza.
Mi parla della condizione delle donne nelle carceri israeliane. C’è la violenza fisica: i colpi con armi e oggetti, i calci, l’uso di scosse elettriche. Ci sono le condizioni disumane: celle umide, gelide, la privazione deliberata di cibo e acqua. «Molte delle ex prigioniere con cui ho parlato hanno sviluppato gravi infezioni croniche a causa dell’alimentazione e delle condizioni igieniche a Damon», dice. Abusi questi che non fanno distinzione di genere.
C’è poi una violenza che mira a colpire la donna in quanto tale: perquisizioni a nudo, negazione di assorbenti, minacce di stupro. Una violenza che non risparmia nemmeno le detenute incinte, nemmeno durante il parto. Per la donna musulmana, il controllo costante di una guardia maschile significa non poter mai togliere il velo, non poter mai scoprire il corpo, così che la pelle finisce per non vedere mai la luce del sole o ricevere il tocco dell’aria fresca. L’ora all’aperto è una, ed è la stessa concessa per la doccia. In questo spazio costretto, le malattie cutanee aumentano.

«Non si tratta di trascuratezza,» precisa Milena, «siamo di fronte a un sistema che intenzionalmente nega la dignità umana».
C’è poi la tortura psicologica, una strategia mirata a instillare paura per i propri cari. Se non parli, faremo questo a tuo figlio. L’occupazione sa dove colpire per creare l’illusione di vuoto sociale attorno alla donna, e per farlo riesce a sfruttare la problematica sistemica della stessa cultura palestinese. Quando tornerai a casa tuo marito non ti vorrà più. O: Nessuno ti vorrà mai più, se la donna è single.
«Dopo il 7 ottobre», continua Milena, «abbiamo visto un aumento degli arresti di madri e mogli. Vengono usate come esche, come ostaggi per mettere pressione a figli e mariti e costringerli a consegnarsi all’esercito». E anche nei raid casalinghi, le donne vengono tenute in una stanza diversa, lontane dai parenti uomini, con l’obiettivo di instillare in loro il timore per l’incolumità delle proprie care.
Il corpo delle donne diventa un campo di battaglia. «Tra le torture c’è anche la detenzione amministrativa», dice Milena nel suo ultimo messaggio.
La detenzione amministrativa è una procedura che permette allo Stato di incarcerare una persona senza processo, senza condanna e senza capi d’imputazione formali. Il diritto internazionale la tollera solo come extrema ratio per periodi limitatissimi. Essere rinchiusi senza sapere perché (nessuna accusa formale) e senza sapere quando si uscirà (a causa dei rinnovi spesso comunicati il giorno stesso del rilascio previsto) è considerato a tutti gli effetti una forma di tortura psicologica. Sottrae all’individuo l’ultima parvenza di controllo sulla propria vita, mantenendolo in uno stato di attesa logorante e di impotenza totale.
Per i palestinesi questa è la norma. I dati del Servizio Penitenziario Israeliano raccolti da HaMoked sono chiari: se al 1° ottobre 2023 i detenuti amministrativi erano 1.319, dopo il 7 ottobre il numero è quasi triplicato, toccando la cifra di 3.358 a febbraio 2026. Parliamo di un prigioniero palestinese su tre che è in carcere senza sapere perché.
Il paradosso diventa politico quando si guarda all’altra parte del muro. A novembre 2024, a fronte di circa 3.400 palestinesi, c’erano esattamente 7 cittadini ebrei in detenzione amministrativa. In quella stessa data, il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato ufficialmente la fine di questa misura contro i coloni ebrei in Cisgiordania. Se per i palestinesi la detenzione senza processo è una prassi, per gli israeliani è un evento eccezionale.
Di fronte a questa condizione di totale impotenza legale, che azioni può compiere la difesa? Milena non ha il permesso di leggere il fascicolo prodotto dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. Non sa quali siano le presunte colpe del suo cliente, non conosce i nomi dei testimoni, né l’identità degli informatori. Tutto è coperto dal segreto militare.
Durante l’udienza davanti al giudice militare, l’unico, insieme all’accusa a conoscere le carte, Milena può solo fare domande alla cieca. «L’accusa riguarda l’appartenenza a un partito vietato?», chiede al vuoto. Oppure: «Si parla di un presunto piano violento?». Il procuratore militare risponde invariabilmente con una formula standard, che nulla dice per non rivelare alcun dettaglio che comprometterebbe le fonti dell’intelligence. E così ogni tentativo di difesa viene neutralizzato.
E se chi è dentro finisce paralizzato dal sistema, anche chi resta fuori viene rinchiuso in un tempo sospeso. L’attenzione e la vita stessa delle famiglie vengono fagocitate dall’incarcerazione. Il lavoro, il tempo libero, i risparmi: nulla appartiene più a loro. Tutto è sacrificato all’unico obiettivo di capire come tirare fuori il proprio caro o la propria cara da dietro le sbarre. È una spirale senza fine che di solito dura sei mesi, per poi aumentare. Si aspetta il giorno della scadenza, si prepara il ritorno. Poi, proprio il giorno del rilascio, scatta il rinnovo. Il tempo ricomincia da zero. A questa tortura psicologica si aggiunge la lontananza e l’impossibilità di vedersi, perché il prigioniero è stato deportato oltre confini che i familiari non hanno la libertà di attraversare. L’arresto crea un buco nelle case. Ci sono madri e mogli che, da un giorno all’altro, si ritrovano sulle spalle l’intero peso economico, sociale e culturale della gestione di una famiglia, mentre aspettano nel limbo.
Ed è per questo dolore accumulato, per questa estenuante lotta contro il vuoto, che quando finalmente qualcuno viene scarcerato e torna a casa, quel momento smette di essere un fatto privato. È la fine del tempo sospeso. La famiglia si riappropria del proprio futuro, di quei giorni e di quei risparmi che il carcere aveva sequestrato per mesi o anni. L’uscita è il respiro di un’intera comunità, che esplode in una gioia collettiva. «Diventa una festa, un matrimonio».
Martina Patone, membro Comitato esecutivo ANPI sezione Lussemburgo
(Foto cover: Fabio Sasso su Unsplsh)

