La storia di Giovanna Vallini, detta “la Gianna”, riporta alla luce una pagina poco raccontata della Resistenza italiana: quella delle donne che agirono nell’ombra. Cresciuta in una famiglia anarchica e costretta a lasciare presto la scuola, Gianna scelse insieme al marito Agenore la via della militanza antifascista clandestina nella Milano occupata, mettendo a rischio la propria vita per la libertà. Il libro di Roberto Vallini e Rossella Traversa “La Gianna. La normale vita della partigiana Giovanna Vallini” (Mimesis Edizioni, 2025) sarà presentato martedì 24 febbraio alle ore 19, presso la sede del CLAE (26, rue de Gasperich L-1617 Luxembourg) in un incontro organizzato dal Circolo “E. Curiel” di Lussemburgo nel giorno dell’anniversario della morte di Eugenio Curiel. A dialogare con il pubblico sarà Roberto Vallini, figlio della protagonista, che abbiamo intervistato in anteprima: nel suo racconto si intrecciano quotidianità, Resistenza e impegno civile, restituendo voce a tutte quelle donne “senza nome” che hanno sostenuto la lotta antifascista con scelte coraggiose e consapevoli

Scrivere un libro su una figura familiare o comunque legata alla propria storia personale può essere emotivamente complesso. Quanto è stato difficile mantenere un equilibrio tra il coinvolgimento personale e la distanza necessaria per una narrazione storica?

Nello scrivere sono abbastanza distaccato; la scrittura mi consente di essere emotivamente freddo. Tenete conto che, una parte del libro, è il racconto autobiografico di mia madre che abbiamo redatto insieme a Rossella Traversa, la coautrice. E’ una storia con testimonianze e documenti, e la parte più consistente è il racconto della vita di mia madre, Gianna, che io raccolsi nel lontano 1989 per farne un libriccino in fotocopie che le regalai.

Nel libro si racconta la vita di Giovanna Vallini, una figura partigiana che viene definita”normale” ma straordinaria per le sue scelte. Qual è stato l’aspetto della sua vita che ricordi maggiormente?

Questo libro è dedicato alle tante “Gianne” che hanno fatto la Resistenza. Figure minori che, essendo una guerra partigiana di clandestinità, sono state figure che alla Liberazione si sono perse. Erano persone resistenti per caso : ovviamente non era il caso di mia madre che era scritta al PCI dal 1938; era antifascista fin da allora perché mio padre era in galera. Ho voluto dedicare questo libro a mia madre e, soprattutto, a queste figure femminili secondarie che nell’agiografia della Resistenza non compaiono. E’ entusiasmante la vita di una donna, mia madre, che ha cominciato a fare militanza da piccola sotto il fascismo, dopo la Liberazione, fino alla fine dei sui giorni. Mia madre ha fatto militanza politica soprattutto per l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), fino a 90 anni. Ho fatto raccontare la sua vita a sette testimoni che hanno conosciuta questa militante comunista!

Ci sono aspetti o episodi della militanza femminile milanese che avete voluto valorizzare?

C’è il racconto di una signora  – che si sapeva fosse antifascista –  che vendeva polli e, con alcuni compagni venne contattata da mia madre per partecipare ad azioni locali. E, da fine 1943 al 1944 il suo negozio fu un luogo dove venivano ospitati i renitenti alla leva che si nascondevano prima di andare in montagna. Questa signora che vendeva polli, che non era iscritta a nessun partito, era solo un’antifascista ma ha fatto delle cose per le quali ha rischiato la vita. Nei giorni dopo la Liberazione ha venduto il negozio ed è scomparsa. Ci sono persone che sono state da supporto a questa rete clandestina di resistenza nella città di Milano.  Quello che voglio mettere in evidenza è che mentre la battaglia partigiana sulle montagne è chiara: tra la guerriglia delle formazioni partigiane, i tedeschi e i fascisti ed è, quindi, uno scontro militare di fatto; in città è tutto diverso perché la lotta clandestina è fatta di “signorə nessuno” che devono essere nessuno perché, nel momento che diventano qualcuno, è finita la loro clandestinità. Queste figure sono interessanti.

Ritenete sia urgente approfondire ancora aspetti della storiografia sulla Resistenza al femminile lasciati da parte?

Si, assolutamente perché noi abbiamo degli stereotipi: quello, per es.,  quello de “L’Agnese va a morire” (romanzo neorealista scritto da Renata Viganò, nel 1949, di ispirazione autobiografica, giacché l’autrice fu, con il marito, una partigiana della Resistenza italiana, ndr). La lotta nelle città non fu una lotta di popolo, ma fu anche una lotta di popolo. Se non ci fosse stata questa rete di donne che ospitava gli ebrei, per esempio: tanti Schindler, tanti Perlasca, tanta gente che non compare forse sarebbe stato più difficile arrivare alla Liberazione; quindi, credo che la Resistenza vada ancora approfondita.

Intervista raccolta da Paola Cairo

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