Una campagna sociale che mette i giovani al centro dell’universo, con i loro bisogni, i loro punti di vista, le loro fragilità. Fra consapevolezza, ascolto, resilienza, scambio, incontro. Intervista esclusiva al suo ideatore, che di loro dice: “chiedono semplicemente il permesso di essere imperfetti”

Il tour universitario di #NonCiFermaNessuno ha raggiunto ormai l’11esima edizione: quali sono stati i momenti o i messaggi che più ti hanno colpito nel confronto diretto con gli studenti?
Accettano l’invito a entrare in aula e tirano fuori ciò che di solito resta taciuto: ed è lì che accade lo stupore vero. Colpisce la loro capacità di raccontarsi senza filtri, di esporre fragilità senza vergogna, anche davanti ai professori. Alcuni sono lucidissimi nel leggere ciò che stanno vivendo, altri faticano a decifrare il momento, ma non hanno paura di chiedere aiuto. Ho la sensazione che molti ragazzi siano stanchi di nascondersi, di fingersi allineati alle aspettative del mondo. Il loro atteggiamento in aula lo conferma: non cercano scorciatoie e non vogliono lezioni. Chiedono ascolto, confronto vero e il permesso di essere imperfetti.
Negli ultimi anni si parla sempre di più di disagio giovanile e solitudine tra gli studenti universitari. Secondo la tua esperienza, quali sono le cause principali e come possiamo aiutare i giovani a superarle?
«Credo che oggi siamo finiti in una trappola: parlare di disagio rischia di diventare fine a sé stesso. Quando ho ideato questo format, 12 anni fa, il disagio era un punto di partenza, non un alibi. Non abbiamo mai usato la fragilità per giustificare i ragazzi, ma per renderla leggibile: comprendere il fenomeno, alleggerire ansie, solitudine e senso di inadeguatezza; e poi passare alla scoperta del talento personale, quello che ognuno ha ma spesso non cerca. Fino ad arrivare a un’idea semplice e rivoluzionaria: imparare a godersi il viaggio, indipendentemente dalla meta. Un modello che non riguarda solo i giovani, ma anche gli adulti che hanno smesso di ascoltarsi.
In che modo #NonCiFermaNessuno cerca di fornire strumenti concreti per affrontare le difficoltà quotidiane e rafforzare la resilienza degli studenti?
Noi non distribuiamo soluzioni: apriamo occasioni. Occasioni reali, che ogni studente può attraversare a modo proprio, senza istruzioni e senza giudizi. Qui non si cerca la risposta giusta, ma la verità possibile. Con il nostro Laboratorio dei Linguaggi della Comunicazione gli studenti diventano protagonisti: raccontano, traducono, rimettono in circolo storie e significati, aiutando altri ragazzi a riconoscersi. Perché spesso il problema non è cosa dire, ma come dirlo. È una questione di linguaggi, di frequenze emotive, di linee di sintonia: quando le intercetti, il messaggio non va spinto, va solo liberato. Poi fa il suo percorso, si propaga, si trasforma. E ognuno lo interpreta, finalmente, a modo suo.
Il tour punta ora a portare questi temi anche fuori dall’Italia. Quali aspetti del disagio e della resilienza giovanile pensi possano avere un impatto universale, indipendentemente dal Paese?
«Cambiano le latitudini, non cambiano le inquietudini. Ovunque i giovani convivono con le stesse pressioni: aspettative alte, tempo corto, futuro incerto. Ce lo confermano tanti studenti Erasmus che partecipano ai “talk” curiosi di raccontare anche la dimensione giovanile del proprio Paese. Per questo credo che il progetto sia esportabile: non parla una lingua nazionale, ma una lingua umana. Quando accorci le distanze emotive, quelle in chilometri non contano più.
Tu vieni da, un contesto mediatico molto seguito. Quanto può il ruolo dei media contribuire a sensibilizzare la società su questi temi e a supportare i giovani nel loro percorso di crescita?
Oggi servono meno clamore e più chiarezza emotiva. Il disagio giovanile viene raccontato quasi sempre partendo dalla cronaca, che però è l’epilogo, non l’origine del problema. Così si perde il senso e spesso anche il rispetto. I ragazzi questo lo percepiscono subito e alzano quel muro che poi rende tutto più difficile. Io credo che andrebbe spostato il fuoco: puntare il dito su un sistema politico spesso poco sensibile nel dare risposte concrete alle emergenze giovanili, invece di rincorrere solo l’effetto. Dai media mi aspetto un cambio di passo: raccontare il disagio senza spettacolarizzarlo, dare spazio alle domande prima delle risposte, ai processi prima dei titoli. I media non devono insegnare ai giovani come vivere, ma offrire strumenti per orientare i talenti e alleggerire le paure. È quello che proviamo a fare dal 2014 con #NonCiFermaNessuno: meno giudizio, più comprensione. E più responsabilità collettiva.
Redazione (credit foto: New Lab Production)
