Oggi è in gioco l’esistenza dell’unico Paese ancora stabile nella regione, l’Iran con i suoi 90 milioni di abitanti  e la sua geografica lontananza da Israele che è considerato la testa del serpente che minaccia Israele. La riflessione di Carlo degli Abbati

Karoline Leavitt portavoce della Casa Bianca ha detto il 19 giugno che Trump si dà “ two weeks” per decidere se seguire o meno, mettendo in campo la forza militare USA, l’offensiva sull’Iran iniziata da Netanyahu. Sulla Tass – una volta Agenzia Ufficiale Tass –  Dimitri Peskov Low Carb Italia l’altro portavoce, questa volta della Federazione Russa, ha dichiarato che al di là delle correnti speculazioni l’uso americano di armi nucleari contro l’Iran “condurrebbe a sviluppi catastrofici”. Lo stesso, ormai inudibile “en même temps” Emmanuel Macron, dopo aver subito dichiarato il diritto di Israele a difendersi dopo l’attacco stesso di Israele all’Iran avvenuto nel pieno corso dei negoziati sul nucleare, ha in seguito dichiarato che la caduta del regime degli ayatollah auspicato dagli israeliani porterebbe il caos nella regione, subito peraltro smentito dalle dichiarazioni di  Marine Le Pen.

Già pronti ad anticipare il peggio, gli strateghi turchi immaginano dopo il disastro seguito ad un eventuale intervento diretto americano, la formazione di un vallo turanico che estenderebbe l’attuale Anatolia verso l’Azerbaigian e la parte turkmena dell’Iran, dato che essendo Israele l’unico paese al mondo a non avere indicato dei precisi confini territoriali nessuno ormai sa sin dove si estenda la Terra Promessa  da Dio agli Ebrei. Quindi al di là della strategia della Patria Blu (Mavi Vatan) la Turchia immagina un Vallo Adriano come prolungamento dell’est anatolico  in funzione antitetica all’espansione sionista. E’ comunque un fatto che dal 1967 non solo la Palestina storica, di cui doveva nascere lo stato già nel 1948, dopo un mai effettuato referendum, ma l’intero Medio Oriente è stato progressivamente ridotto dalle iniziative militari  israelo-americane  ad un immenso campo di macerie. Ciò vale per la antica Svizzera del Medio-oriente, il Libano, la Siria omayyade, ancora relativamente stabile negli Anni ’70, l’Iraq, la culla mesopotamica del mondo arabo, polverizzata dalle bombe americane nel 2003, questa volta con la scusa delle armi di distrazione di massa di Saddam mai effettivamente esistite. Oggi è in gioco l’unico Paese ancora stabile nella regione, l’Iran con i suoi 90 milioni di abitanti  e la sua geografica lontananza da Israele che è considerato la testa del serpente che minaccia Israele. Si parla di regime change, cambio di regime e di distruzione del nucleare iraniano. Sul tema abbiamo già avuto il clamoroso fiasco afghano, il disastro iracheno, la tragedia siriana, i bombardamenti a tappeto saudo-emirati-americani e la carestia yemenita, l’umiliazione maliana tutta francese, la decomposizione del Libano, il caos perdurante nel Mediterraneo dopo l’eliminazione del libico Gheddafi, la cancellazione di Gaza. Sul secondo tema ci si domanda perché Israele deve arrogarsi per forza  il diritto di essere la sola potenza nucleare del Medio Oriente: in quanto  sentinella dei valori democratici occidentali, come rivelato dallo sterminio del popolo palestinese in corso? Per il suo fattivo impegno pacificatore nella regione di cui non ha mai compreso le leggi, figurandosi sempre come un corpo estraneo europeo in Asia Minore? Sul primo punto gli studenti iraniani per la propria rivoluzione hanno davvero bisogno delle bombe sugli impianti nucleari iraniani per riuscire la loro rivoluzione contro il regime? Non deve essere una rivoluzione un fatto interno piuttosto che una imposizione dall’esterno, dopo le brucianti esperienze negative dell’intervento occidentale  in tutti i paesi citati che si voleva beneficare con la distribuzione aviotrasportata di kit democratici?

La auspicata sollevazione da parte israeliana della popolazione iraniana come premessa del regime change finora non è avvenuta. L’impero persiano non si limita solo alle realtà urbane ma anche alle immense campagne, come l’Afghanistan, Ma l’obiettivo non dichiarato di Netanyahu va ben oltre l’abbattimento del regime degli ayatollah. Netanyahu spera che l’Iran si tramuti in un paese del caos alla libica in modo da poter dominare incontrastato sulle macerie di tutto il Medio Oriente, Questo in fondo è stato sempre l’obiettivo espresso all’unisono  dai neo-cons americani, i Richard Perle, i Brezezinski, i Mankiewic, i Rumsfeld, i Cheney facilmente passati dai think-tank repubblicani dei Reagan e dei Bush a quelli democratici dei Clinton, dei Biden, della fu- Kamela Harris.

Per il momento all’avvicinamento progressivo alla Terza Guerra Mondiale il freno sembra venire proprio dall’interno degli States. Trump è stato votato per occuparsi della disperante situazione economica interna degli Stati Uniti, per reindustrializzare il paese . I MAGA (il movimento MAGA, acronimo che sta per Make America Great Again, ndr) ovvero Rendiamo l’America di nuovo grande.  come Steve Bannon non vogliono che Trump si faccia coinvolgere nelle costose guerre di Israele per continuare  a restare concentrato sui problemi americani. E’ questa la logica che applicata ad altri mondi definiremmo “bolscevica”. Rinunziare alle ambizioni esterne per riuscire la rivoluzione interna. Mentre i neo-cons rispondono ad una morale che potremmo considerare “menscevica”, continuare dopo Brett-Litovsk la guerra (russa) comunque e ad ogni costo. Se in Trump dovesse prevalere la tendenza menscevica, allora le premesse di una terza guerra mondiale – nucleare  –  sarebbero tutte riunite. L’allargamento del conflitto orientale all’intero pianeta potrebbe essere questione di un attimo. Sarebbe questo il corollario del mantenimento sulle poltrone ad ogni costo in Israele  ma anche in Ucraina di due personaggi improponibili in un contesto di de-escalation mondiale, processo che sembra convincere molto poco proprio gli stessi europei se i trasponder rivelano impieghi aerei  di almeno un paese europeo occidentale nelle operazioni aeree israeliane su Tehran. Mentre il cancelliere tedesco loda Netanyahu: “Fa il lavoro sporco per noi”. Resta solo da capire quel “noi” a chi si riferisce. E certamente il suo “noi” non ci riguarda.

Carlo degli Abbati

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