Un raffinato giurista di scuola genovese, attualmente ordinario di Diritto Internazionale alla Università di Udine, Maurizio Maresca, ha di recente espresso i molti dubbi che, sul piano giuridico costituzionale, accompagnano il recente piano ReArm Europe poi ipocritamente ribattezzato, sulla base delle osservazioni di Giorgia Meloni, “Prontezza 2030”, Readiness 2030. Leggiamolo insieme
Secondo l’autorevole studioso l’ “Europa delle armi” è del tutto estranea a quella “comunità di diritto” voluta negli Anni ‘50 dai padri fondatori, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Jospeh Bech, Robert Schuman, Jean Monnet, che trova la sua regolazione nei Trattati, da Roma a Lisbona, passando per l’Aja e Amsterdam. In cui certamente si pone l’obiettivo della pace e della sicurezza in un continente che ancora risentiva delle tragiche conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, ma in cui i Padri Fondatori, osserva ancora Manzitti, avevano chiaro sulla base del Trattato di Roma del 1957 che il presidio della pace sarebbe stato formato dal commercio internazionale e dalla crescita economica mentre nel 1954 di fronte al pericolo costituito allora dall’Unione Sovietica non era riuscita la creazione di una Comunità Europea di Difesa da parte dei sei membri della CECA per la chiara opposizione dei partiti gaullista e comunista francesi. Così individuato il mercato unificato europeo come vero motore del processo integrativo, si immaginava che esso potesse progressivamente estendersi a Paesi anche esterni alla comunità, purché ne condividessero i principi. Sulla base dell’assunto che “lo sviluppo economico garantisce per l’ordinamento europeo pace e cooperazione internazionale”.
Nel 2022, secondo Maresca, in occasione della invasione della Russia un’Unione, poco attenta alla sua costituzione materiale, subisce l’influenza deteriore degli Stati Uniti e di quei paesi nuovi entrati (in particolare Polonia, Paesi Baltici, Romania, cui si può aggiungere come Paese esterno la Gran Bretagna per la sua storica vocazione anti-russa) che per la loro posizione geografica e la loro storia nutrono preoccupazioni verso la Russia e, invece di promuovere la pace attraverso la collaborazione economica, esaurisce la sua risposta in alcuni strumenti di promozione di una guerra difficile da vincere attraverso il finanziamento della stessa e un regime di sanzioni di dubbia utilità. E questo, malgrado che dopo la felice esperienza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) non sarebbero mancate le occasioni per avviare seri negoziati diplomatici e non politici magari solo per riprendere i temi di cui agli accordi di pace di Minsk (I e II, arricchito dal “protocollo Normandia” con la partecipazione anche di Francia e Germania). Come avviene oggi quando, di nuovo, gli Stati europei si oppongono all’unico piano di pace esistente promosso dagli Stati Uniti, prima ancora che ne siano chiari i contenuti.
A questo punto Maurizio Maresca fa ancora due considerazioni che ci sentiamo di condividere in toto.
In primo luogo osserva che l’obiettivo del riarmo che la Commissione Von der Leyen sembra non promuovere una difesa comune come sarebbe auspicabile ma del resto del tutto improbabile, visto l’assenza di uno stato federale dotato di una comune politica estera e di difesa, ma consente solo ai singoli stati di indebitarsi – quando i bilanci nazionali lo permettono – sospendendo le regole del Patto di Stabilità e Crescita che prima costituiva il limite invalicabile all’aumento della spesa sociale dei singoli stati membri. In questo modo, osserva ancora Maresca, il piano si riduce a ben poca cosa, un provvedimento di sospensione del PSC che appena pochi anni fa gli Stati membri avevano recepito a livello costituzionale. Un’operazione comunque delicata, la cui validità deve essere valutata “alla luce della ragionevolezza e della proporzionalità della misura che sarà adottata. Perché derogare al PSC per effettuare alcune spese e non altre, in un momento di criticità Paese per Paese (perché la crisi non investe l’Europa in modo uniforme e le singole esigenze di buona amministrazione dipendono dalle singole situazioni) certamente apre la strada ad una valutazione di legittimità di cui sarà investita la Corte di giustizia.”
Da ultimo il prof. Maresca fa un’ulteriore osservazione. Secondo lui, la Commissione sembra oggi ignorare che l’intesa sull’ordine mondiale fra Trump, Putin, Xi Jinping che si profila e che oggi esclude da ogni tavolo i paesi europei mentre include probabilmente Paesi Arabi, Israele, Turchia, India ed altri paesi, impone all’Europa una valutazione che va ben al di là dell’Ucraina.
In altri termini, gli Stati europei non possono ignorare che i valori nati da secoli di storia europea, i diritti umani, la regola di diritto, la democrazia come la intendiamo e la c.d. costituzione economica europea meritano di essere tenuti in considerazione nella elaborazione delle nuove regole che si sostituiranno agli accordi multilaterali da anni in vigore ed oggi messi sotto attacco. E’ qui che si attende “un contributo decisivo degli Stati europei, come già avvenuto nel passato: non, sottolinea Maresca, in polemica e in chiave di contrapposizione, come oggi si profila, ma nello spirito di una leale collaborazione tesa all’ascolto e alla costruzione di un rapporto. Perché volenti o meno, la crisi del diritto internazionale oggi evidente impone una risposta intelligente e colta a Cina, Stati Uniti e Russia per riaffermare alcune regole minime in materia di pace, diritti umani e governo dell’economia”.
Ci auguriamo che l’attuale dramatis personae al livello dei leader europei consenta la realizzazione dell’importante obiettivo auspicato dal prof. Maresca permettendo alle istituzioni europee di uscire dalla logica che consiste nel vedere la propria autogiustificazione politica specchiata nella continuazione ad ogni costo della guerra alla Russia. Al di là dei desideri degli stessi ucraini. Per non sapere nei fatti ammettere, come sa invece fare Trump, quella che è stata, innanzitutto, una sconfitta militare degli stati europei raggruppati nella NATO sotto la guida anglo-americana espressa – tragicamente – da Joe Biden e Boris Johnson. E questo nonostante l’evidente preponderanza attuale delle spese militari NATO dei membri europei della NATO su quelle della Federazione Russa (718,9 miliardi USD PPP contro 461,6) già autorevolmente provata in un recente studio di Carlo Cottarelli con il suo Osservatorio Cattolico sulla Pubblica Amministrazione.
Carlo degli Abbati
Professore associato di Politica Economica e Finanziaria e cultore della materia di Diritto della Unione europea e di Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova
(foto web)