Ogni settimana una poetessa, un poeta, un profilo, una citazione sul suo intendere il modo di costruire le parole, la sua poesia.

CORRADO GOVONI

Nella storia della scrittura ci sono autori che nascono con una via già aperta per diritto di nascita e la seguono con coerenza e con passione.

Altri che nascendo avendo tutto contro, hanno almeno il dono di un carattere forte e contro ogni avversità riescono in un modo ben più sofferto a mantenere comunque la stessa coerenza.

Altri, i più, vorrebbero essere poeti, scrittori, autori di successo. Ma per mille circostanze, una indecisione, la pressione degli ambienti familiari, la facilità, la pigrizia, vanno altrove e ne soffrono per tutta la vita. Sono degli incoerenti che mancando di temperamento hanno deciso di lasciare le loro vere vocazioni incompiute e di adattarsi in professioni lontane dalle loro aspirazioni. Spesso per essere stati troppo bravi figli incapaci di resistere alle concrete suggestioni familiari. Ma ne soffriranno per tutta la vita. Fino a che, certi di loro, restando comunque la loro vocazione più forte di ogni ostacolo, sia pur per vie traverse, nel mezzo delle routines più disparate cui sono costretti ad adattarsi per vivere, riescono comunque a far emergere prima o poi la loro vera natura. E finalmente ad esprimersi. E quello che riescono a produrre ha ai loro occhi tutta l’importanza di nascere dal vento contrario della vita, di essere più che una conferma una liberazione personale, un grido talvolta tardivo di esistenza che comunque vale a riconciliarli definitivamente con sé stessi.

Poi c’è una quarta categoria: quella di coloro che partono incoerenti, ma dopo un po’ non ce la fanno e decidono di accettare linearmente tutti i rischi della loro coerenza.

Corrado Govoni appartiene per noi a quest’ultima categoria.

In fondo è nato nel 1884 nella Bassa ferrarese, a Tàmara, frazione di Copparo, da una famiglia di agricoltori benestanti, con buone terre. Come scrive lui stesso, se come molti contadini dell’epoca “fossi arrivato solo alla terza elementare molto probabilmente sarei diventato uno dei più grossi mugnai e fortunati agricoltori di tutto il Delta padano”. Ma in Italia esiste la rete delle parrocchie e i curati cercano dovunque i giovani migliori da avviare agli oratori. Va così in collegio a Ferrara dai Salesiani e l’incontro con la letteratura italiana da Manzoni a Leopardi lo apre alla poesia. Già nel 1903 a sue spese pubblica con la casa editrice Lumachi di Firenze due raccolte, Le fiale e Armonie in grigio e silenzio. Per un po’ lavora nell’azienda di famiglia, poi incontra alcuni poeti crepuscolari, si lega di amicizia a Sergio Corazzini, decide di vendere terreni e casa di campagna e di trasferirsi a Milano dove cerca di divenire scrittore, è attratto dalle novità dell’avanguardia e in particolare dal Futurismo. Stringe amicizia con Filippo Tommaso Marinetti, aderisce al movimento. Certo, collabora a varie riviste letterarie fra cui Riviera Ligure diretta da Mario Novaro, Poesie, La Voce, Lacerba, ma non riesca ad inserirsi professionalmente e torna melanconicamente a Ferrara, diventa archivista comunale sino alla chiamata alle armi del 1917. Nel frattempo si è sposato con Teresa e deve mantenere tre figli, Aladino, Ariele e Mario. Smobilitato compie vari tentativi di sistemazione pratica. A trentacinque anni ispira a Giovanni Papini questo melanconico e sorridente bilancio delle sue attività: “Ha fatto l’agricoltore, l’impiegato, il soldato, l’allevatore di polli, di maiali, di cigni, di serpenti a sonagli ecc. Ha moglie e due bambini..”Nel 1919 si trasferisce a Roma e dopo il 1922 ottiene un impiego al Minculpop, il Ministero della Cultura Popolare. Nel 1928 diviene infine stabilmente segretario del Sindacato Nazionale Scrittori e Autori, oggi SIAE. Grato per la nomina che gli permette di raggiungere infine una tranquillità economica, scrive due poemetti di lode al Duce che gli varranno su l’Avanti la stroncatura di Lorenzo Catania “Govoni adulatore di Mussolini per denaro”. Perderà il posto nel 1943 con lo scioglimento della Confederazione da cui dipendeva. L’affermazione della resistenza popolare al nazi-fascismo gli fa perdere poi il figlio Aladino che aderente a Bandiera Rossa, il Movimento Comunista d’Italia, sarà fucilato nel 1944 dai tedeschi alle Fosse Ardeatine. Questa tragedia familiare gli detta i dolorosi versi di Aladino (1946). Nel dopoguerra in precarie condizioni economiche si dovrà cercare un nuovo lavoro: diventa “avventizio” nella categoria ministeriale degli inservienti e uscieri. Divide la vita fra Roma e Marina di Tor San Lorenzo. Raggiunta la pensione dopo dieci anni esprime ancora la coerenza della sua vocazione dirigendo la Rivista “Il sestante letterario” da Lido dei Pini presso Roma in cui si spegne, ormai quasi cieco, nel 1965.

Loris Jacin

“Io devo confessare che la mia dedizione alla poesia risponde ad una vera e propria vocazione, che risale ai primi anni della mia lontana adolescenza.

Come senza dubbio tutte le vocazioni, essa ebbe origine da una circostanza assolutamente occasionale: che per me fu quella della mia chiusura all’età di 11 anni in un collegio di Ferrara. Se fossi rimasto nel paese natio, e la massima punta dei miei studi pubblici si fosse arrestata alla terza classe elementare, molto probabilmente sarei diventato uno dei piu’ grossi mugnai e fortunati agricoltori di tutto il Delta padano (come si sa, i miei avi di parte materna e paterna furono mugnai e agricoltori in Romagna e sul Po). Così invece l’occasione mi ha fatto poeta. La lettura dei “Promessi Sposi” e di poche cose permesse del Leopardi, nel corso ginnasiale del severo collegio salesiano, ha servito sicuramente ad aprire il misterioso germe di gusto artistico latente in me, e che non avrebbe forse mai avuto campo di svilupparsi e sarebbe rimasto eternamente infecondo come le gemme dormienti delle piante buone solo per gli innesti e a produrre foglie e spine.

L’occasione dunque, la prima spinta, l’accensione decisa, e più tardi l’immancabile sviluppo crescita e consolidamento, con l’appropriato nutrimento delle letture che si confacevano alla mia indole, finirono col portare quella vocazione spiegata ad una specie di inesorabile dannazione spirituale. Perché da quel momento posso ben dire di aver vissuto la più tormentosa vita di sdoppiamento che si possa immaginare, nell’insanabile drammatico conflitto fra l’esistenza ideale, volubile, indipendente ed estrosa della poesia e quella delle realtà quotidiana comune, schiavo di mille pregiudizi convenienze legami e leggi ed odiosissime necessità di famiglia  e di civile società : un conflitto atroce di ogni giorno e di ogni ora, capace di influenzare maleficamente persino l’area dei sogni, e che mi ha fatto tante volte maledire la mia condizione  di poeta.

Sottostando a questo ineluttabile destino, accanito e inestirpabile come un inveterato vizio, ho cercato di sfruttarlo se non altro come evasione e lenimento della insopportabile, massacrante brutta vita pratica: ma a prezzo di quali e quante rinunce, di sofferenze di ogni genere, di dolori e di infinite preoccupazioni li ho avaramente ottenuti!

No sarò io però a negare ed a rinnegare il puro solitario godimento della creazione poetica che, come avviene nei sogni, supera di gran lunga, per intensità e durata emotiva, quello riserbatoci nelle sue più svariate e ricercate forme, dalla stessa realtà. Ma, in ogni modo, non ho mai potuto fare a meno di invidiare tutti coloro che la poesia in tutte le sue più comuni manifestazioni (dalla conquista della donna al possesso della ricchezza) hanno la fortuna di goderla in natura, e non attraverso il supplizio cinese e la tortura intellettuale dell’arte e dei sentimenti inumanamente castigati e snaturati. Perché è ben questo in fondo il solo compenso e il solo amaro dono di cui devono accontentarsi i poeti; il passaggio dal regno delle chimere, delle aspirazioni insoddisfatte, dei rimpianti vani e dei più vani pianti e delle fedi tradite, che sul piano pratico, e purtroppo anche su quello ideale, si riducono poi sempre ad un modesto pugno di cenere: così poca cenere che basterebbe appena a cospargersene il capo chino nel triste Mercoledì delle Ceneri della nostra dura consumata vita.”

Corrado Govoni (da Antilogia popolare dei poeti del Novecento-I)

TANTA FU LA PAURA DEI MIEI BACI

Tanta fu la paura dei miei baci

nella casa improvvisamente buia

che rimanesti tutto il temporale

trasalendo alle vampe degli scoppi

sulla soglia, coi piedi nella pioggia.

Ritornando ventenne nel ricordo,

Ti dedico i coralli di quei fulmini.

(da Govonigiotto)

UN VENTO FREDDO SUI LUNGARNI FERMA

Un vento freddo sui Lungarni ferma

nel ricordo le belle fiorentine

tra un vibrar di acque calme e un nuvoloso

saettare di raggi nel crepuscolo.

Sbarrati ponti inquadran l’universo

Nelle profonde arcate ove i fanali

piangeranno fra poco come lumi

in fila di pazienti pescatori.

E dai tetti in declivio grigie cupole

fiorendo fanno il cielo cittadino

tra le frane d’odore delle piazze

a cui vanno a lavarsi le correnti

delle tortuose strade piene d’echi.

Come è dolce l’andare senza scopo

verso il gorgo del centro o dei sobborghi

pur di arrivar leggeri e trasparenti,

spogliati alle vetrine ed alle donne

d’ogni primaverile fuoco e voglia.

Si resta incerti sull’ignota soglia,

nel bagno della luce di Toscana

ch’è architettura musica e foreste,

tra aurora e notte, cosa strana e acerba.

Cosi le ombre si specchiano nell’erba.

(da Govonigiotto)

TRA TANTE PENE E’ NON MINORE PENA

Tra tante pene non è minore pena

il vedere la mamma che con cura

conserva i tuoi vestiti come nuovi:

le stampelle più belle son per essi

con il posto d’onore nell’armadio

e i sacchetti di pura naftalina

(litigando col dolce Fiorellino

se dice “la mia tamera”: no, cara,

questa camera è popio d’Aladino):

li spolvera li stira li ripone.

Quello che provo io sol lo so, con Dio,

ad ogni principiare di stagione;

quando tornando a casa, alle finestre

 io vedo dondolare i tuoi vestiti,

come pubblica nuova atrocità

impiccati da lei che ancor non sa.

(da Aladino)

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