Tutto quello che non si è visto e di cui non si è scritto. Poca sicurezza, birra a fiumi, risse e menefreghismo per lo spettacolo. “Tarantati” e organizzatori, si può fare sicuramente meglio

33 metri di larghezza per 18 metri di profondità con un tetto di 24m×20m: il primo imponente colpo d’occhio all’arrivo è il monumentale palco che domina tutta la spianata di Melpignano. E poi i 240 mq di videowall destinati a dare vita alla progettazione grafica dei visual che racconteranno per tutta la serata con le immagini suoni e ritmi della tradizione.

Quando ancora devono scendere le prime luci della sera e la più lunga notte dell’estate pugliese deve ancora prendere forma, l’atmosfera è pervasa da una leggerezza che fa ben sperare: il suono che più di ogni altro si diffonde in maniera quasi naturale, come portato dal delicato vento salentino, è quello dei tanti tamburelli, accessorio obbligatorio per i tarantati che vogliono diventare parte integrante dello spettacolo che sta per iniziare.

Sul palco, sotto la guida della Maestra Concertatrice 2023 Fiorella Mannoia, l’Orchestra Popolare, composta dai cantanti e tamburellisti Consuelo Alfieri (anche organetto) Alessandra Caiulo, Stefania Morciano, Enza Pagliara, Antonio Amato, Salvatore Cavallo Galeanda Giancarlo Paglialunga, e dai musicisti Gianluca Longo (mandola), Peppo Grassi (mandolino), Attilio Turrisi (chitarra battente), Giuseppe Astore (violino) Roberto Chiga, Alessandro Chiga, Carlo Canaglia De Pascali (tamburello salentino), Roberto Gemma (mantici), Nico Berardi (fiati), Leonardo Cordella (organetto), Alessandro Monteduro (percussioni), Antonio Marra (batteria), Mario Esposito (basso), Gioele Nuzzo (tamburello e didgeridoo) a cui si sono uniti i musicisti pugliesi con una sezione fiati composta da Alessandro Dell’Anna, Giovanni Chirico, Gaetano Cristian Carrozzo, Giorgio Distante, e una sezione archi composta da Domenico Zezza, Sabrina Pacucci, Pier Paolo Del Prete, Roberta Mazzotta, Luca Gorgoni (violino 1), Zita Mucsi, Alessio Chirizzi, Valentina Marra, Sofia Marra De Franco (violino2), Nicola Ciricugno, Armando Ciardo, Claudia Russo (viola), Mauro Fagiani, Elisa Pennica (violoncello). Ospiti di grande livello e spessore umano, Tananai, Brunori Sas insieme ad Arisa.

Mentre la grande piazza va progressivamente riempiendosi, con l’assottigliarsi dell’area disponibile di ciascuno dei presenti è subito ben chiaro a chi di concerti – per età, per professione e per passione – ne ha seguiti tanti, che qualcosa nella complessa macchina organizzativa sia stato trascurato. Il primo grande problema è l’assoluta mancanza di corridoi per la sicurezza: la gente è tanta, anzi tantissima (alla fine le stime parleranno di 200mila persone) e c’è un solo passaggio centrale accessibile agli uomini della sicurezza e della Croce Rossa. Troppo poco, anzi pochissimo. Con grande pericolosità alcuni interventi nel corso della Notte, saranno fatti “a braccia” nel senso che chi stava male era tra-s-portato (nel senso di passato da uno all’altro) in braccio fino a raggiungere gli operatori sanitari.

Mentre sul palco va in scena uno spettacolo meraviglioso ed emozionante insieme, che coniuga tradizione e modernità, storia e civiltà, amore e devozione, purtroppo, molti non possono godere di tanta meraviglia. C’è troppo fermento intorno. Il suono dei tamburelli è sovrastato dal vociare non naturale ma sovraeccitato di chi non partecipa alla festa, o partecipa a modo suo. Tutt’intorno è un proliferare di risse – spesso sedate con interventi complicati dalla security – provocate per lo più da un uso sconsiderato di alcol e altro… Si svuotano intere damigiane di vino, arrivate fin qui non si sa come, visto che all’ingresso gli zaini venivano controllati e che le damigiane in uno zaino non c’entrano. Forse sono qui perché anche questa è la Taranta? Cioè la Taranta è e deve essere lo “sballo” della pizzica? Perché se è così, bisogna spiegarlo a tutti quelli che, con disagio percepibile, per paura di ciò che succede intorno, dovendosi preoccupare per la propria incolumità, si perdono gran parte dello spettacolo sul palco. O ancora, spiegarlo a chi per paura di essere calpestato o soffocato dalle spinte preferisce addirittura andare via dopo poche canzoni.

Mentre sul palco si cantano le donne, la fatica, il sudore, la tenacia e la resistenza sul prato ci si insulta, spinge, offende. Perché con l’alcol nelle vene e qualche pasticca di troppo, non c’è interesse ad ascoltare il messaggio che quella musica e quei grandi artisti stanno cercando di trasmettere. Non c’è interesse per gli artisti, non c’è interesse per la tradizione, non c’è rispetto del lavoro, non c’è rispetto per niente e per nessuno. Ci si sballa come fosse un rave party e non la Notte della Taranta. Per il futuro, per le prossime edizioni, dovete ricordare cari tarantati, che ci si può divertire – e tanto – anche da sobri. Anzi, se si resta lucidi ci si diverte molto di più, perché si apprezzano colori, profumi, melodie, parole e musica che da sballati risultano sfocati.

E voi, apprezzabilissimi signori dell’organizzazione, tenete a mente anche ciò che non va perché sia possibile migliorare ancora. Come la gestione degli accrediti stampa – alcuni dei quali come per magia si sono trasformati in “braccialetti” – e dei biglietti per l’accesso a un’area sottopalco a 150 privilegiati che hanno acquistato tagliandi in vendita appare da subito fuori controllo: le persone che stanno lì dentro sono davvero tante di più – forse un migliaio – così si produce un “tappo” che impedisce ogni possibile movimento. L’acqua non c’è (ma fiumi di birra sì) e chi – come me – ha sete e bisogno fisiologico di bere, non ha alcuna possibilità di uscire da questo spaventoso imbuto.

Quando molto prima della fine, col rammarico di non aver goduto appieno di uno spettacolo che andrebbe fatto vedere e studiare nelle scuole, ma comunque felice di esserci stata, riesco a scavalcare ostacoli di ogni genere e avviarmi a prendere uno dei tanto pubblicizzati “treni dedicati” per tornare a Lecce, alla stazione di Melpignano trovo la trasposizione della piazza. Corpi ammassati gli uni sugli altri, qualcuno in piedi, molti “sulle ginocchia”, altri per terra. Non c’è alcuna indicazione sul da farsi né alcuna possibilità di fuoriuscita una volta entrati nel girone infernale che dalla strada conduce all’angusta entrata del binario. Decido allora che per questa mia Taranta può bastare così. E mentre mi allontano alla ricerca di una possibile via di fuga alternativa, continuo a pensare che, nonostante tutto, ne sia valsa la pena.

Testo e foto di Gilda Luzzi

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