Sul Corno d’Africa la maledizione è la mancanza di piogge. Arrivate sulla regione le nuvole portate dai monsoni si disperdono e il cielo resta azzurro. Sui campi etiopici quando arrivarono gli italiani dopo la guerra coloniale pensarono che i contadini locali fossero dei buzzurri perché i campi erano disseminati di grossi sassi: era in realtà la sola atavica condizione per mantenere un minimo di umidità a contatto con il suolo. La deriva climatica che conosce il pianeta non ha fatto che aggravare nel Corno d’Africa una situazione già drammatica

Secondo le Nazioni Unite si sta abbattendo in particolare sulla Somalia la più grave carestia degli ultimi cinquant’anni. Si calcola che, nel corso dell’ultimo trimestre del 2022, nei dispensari somali sia stato ammesso per malnutrizione un bimbo ogni minuto. Già nel 2011/12 la carestia precedente aveva fatto più di 250.000 vittime, quasi non segnalate da una stampa internazionale tutta assorbita dalla descrizione delle c.d. primavere arabe e della defenestrazione in Libia di Muammar al Gheddafi. Dieci anni dopo si deve rilevare che le ultime precipitazioni sono ormai vecchie di tre anni, risalendo all’inizio del 2020. Il governo somalo è prossimo a dichiarare lo stato di urgenza mentre l’opinione pubblica internazionale non ha ancora preso coscienza di questa situazione drammatica.

In fondo perché interessarsi proprio della Somalia?

Source: University of Texas, Perry Castaneda Library Map Collection – Courtesy of the Un. of Texas Libraries, The University of Texas at Austin

Può dare qualche reminiscenza storica solo agli italiani e ai britannici che per un certo tempo a partire dalla fine del XIX secolo hanno controllato (Somalia e Somaliland) questo lungo tratto strategico di costa africana disposta lungo le rotte marittime di attraversamento del Mar Rosso.

Rimasta sino al 1960 sotto il controllo italiano per mandato delle Nazioni Unite ricevuto dall’Italia nel 1949 (a differenza della Germania, che sconfitta aveva perso tutte le sue colonie), la Somalia – oggi repubblica federale formata da sei stati, ma il sesto, il Somaliland, è conteso – dopo l’indipendenza è stata lungamente controllata, fra il 1969 e il 1991, da un militare, Syad Barre, subendo poi l’influenza dell’URSS che la esercitava anche sul paese concorrente, l’Etiopia, per lungo tempo in conflitto intorno alla regione contesa dell’Ogaden. Dopo il 1991 il paese abbandonato al suo destino entra in lungo periodo di frammentazione e di caos segnato da rivalità tribali (si distinguono i clan delle famiglie Hawiye-Abgal e Haber Ghidir) nell’ambito della pur omogenea etnia somali abitante il paese. L’ONU tenta, nell’aprile 1992 nel quadro della identificazione della “responsability to protect”, una prima volta con l’operazione ONUSOM di riportare la pace e poi affida agli Stati Uniti il compito di intervenire con l’operazione “Restore Hope”, ma è un disastro. La morte di 19 soldati americani più un casco blu malese nella battaglia di Mogadiscio nell’ottobre 1993 contro le milizie somale marca la fine dell’intervento e mette una pietra tombale sull’interesse occidentale al paese. Nel 1991 il nord-est del paese si dichiara autonomo con il nome di Pountland dall’antico nome della costa, con capitale Hargeysa, ma questo processo non è riconosciuto internazionalmente e il Somaliland è invece rivendicato dalla Somalia come provincia del Nord-Ovest, Woguy Galbid. Dopo i due mandati successivi del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed (2012-2022) le ultime elezioni concluse nel marzo del 2022 hanno designato come presidente Hassan Sheik Mohamud, del partito Unione per la Pace e lo Sviluppo.

Nella foto: Hassan Sheik Mohamud

Il nuovo presidente ha di fronte tre sfide.

Innanzitutto, la sfida climatica. Su di una popolazione stimata di 16,3 milioni di ab. (su di una superficie doppia dell’Italia, 638.000 km2) le Nazioni Unite stimano che a causa della siccità più di 2 milioni di somali mancano di nutrimento, mentre 2,6 milioni sono degli sfollati interni vittime del clima e delle guerre interne e 3,2 milioni risultano a rischio nel prossimo futuro. D’altro canto, la FSNAU (Food Security and Nutrition Analysis Unit) stima anche che già 3 milioni di dromedari siano morti di sete fra l’estate 2021 e l’estate 2022, insieme a circa la metà del parco caprino somalo di allevamento.

La seconda sfida è rappresentata dal jihadismo interno legato al gruppo dei  Shabab, affiliato ad al-Qaida, l’Harakat Shabbab al Mujahidin, gruppo salafita jihadista che controlla regioni intere del paese, compie attentati terroristici e dalla regione di Giuba opera infiltrazioni in Kenya. Nel 2019 un attacco ad un hotel di Chisimaio e l’esplosione di un veicolo carico di esplosivo sulla strada dell’aeroporto della capitale Mogadiscio hanno fatto in totale 43 vittime cui si aggiungono nel 2020 tre americani morti nell’attacco alla base di Camp Simba dopo una infiltrazione in territorio kenyota.

(Foto: hiiraan.com)

Infine, abbiamo la sfida posta dalla pirateria internazionale. Con la complicità di comunità di pescatori poveri della costa dell’Hobyo e del Majertin partono attacchi di pirateria contro i mercantili in transito nel golfo di Aden da e per il Mar Rosso. Somme enormi vengono richieste e spesso ottenute dagli armatori per la liberazione di navigli ed equipaggi.

(Foto: Onu)

Questa situazione ha spesso imposto l’intervento di forze straniere, dagli Sati Uniti al Kenya, all’ Etiopia, agli Emirati, alla Turchia, alla stessa Francia, di cui si ricorda sia la positiva operazione Oryx, nel quadro delle Nazioni Unite (1992-94), sia le operazioni di commandos condotte nel 2013 nel sud della Somalia per la liberazioni di ostaggi francesi dei shabab, non sempre condotte con successo.

Ma a proposito in particolare dell’intervento turco in Somalia bisogna fare un distinguo. Nell’ambito della sua nuova opzione strategica, quella della cosiddetta Patria Blu, Mavi Vatan, la Turchia ha inserito la Somalia in un quadro di interessi più vasti, legato alla sua espansione in Africa. E l’appoggio turco al paese non è solo militare, ma anche diretto al sostegno delle istituzioni del paese, soprattutto in materia di istruzione. In questo la Turchia che rientra nella memoria storica della regione può vantare rispetto ai paesi occidentali un passato non segnato da mire strettamente coloniali, mentre la comune fede musulmana sunnita favorisce i contatti. Una penetrazione turca per la verità innovante nel paese dato che storicamente l’espansione in Africa della Turchia aveva interessato solo il quadrante settentrionale Mediterraneo. Ma i tempi cambiano, anche per i Sultani…

Carlo degli Abbati

La Somalia, sin dal 1971 ultimo paese nelle classifiche basate sulle statistiche economico-sociali del PNUD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) con un PIL di 1,8 Miliardi di USD e un PIL pro-capite annuo inferiore ai 120 USD, con una popolazione all’85% costituita da allevatori e agricoltori, è di recente anche uscita dalle statistiche del PNUD, vista la insufficiente disponibilità di dati informativi.

*Carlo degli Abbati insegna Diritto dell’Unione Europea al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo è stato funzionario responsabile del controllo della cooperazione europea allo sviluppo presso la Corte dei Conti Europea a Lussemburgo.

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