Il viaggio in bici di Salvatore Esposito dall’Italia al Lussemburgo è stato un atto di umanità e solidarietà con l’aggiunta di una grande passione per le due ruote e per gli esperimenti creativi di riduzione della propria impronta ecologica. 

Ma l’obiettivo della lunga pedalata è stato quello di raccogliere fondi per la Onlus Famiglia d’Africa . ”Ride for Children è la campagna di finanziamento per sostenere progetti di cooperazione. Salvatore è un cittadino di Torre del Greco, provincia di Napoli, proprio dalla sua abitazione la mattina del 23 giugno è partito per la sua prima tappa terminata a Castel di Sangro in Abruzzo dopo circa 150km.

Nei giorni successivi Salvatore ha virato verso la costa adriatica e si è diretto verso il passo del Gran San Bernardo, oltrepassando le Alpi. Un viaggio suggestivo e ricco di immagini che Salvatore ha catturato durante il viaggio. 

Viaggiare lentamente permette di tessere relazioni lungo la strada, creando un ponte ideale tra Italia e l’Europa in cui confini non esistono e la terra diventa di tutti. La bicicletta, scrive l’antropologi francese Marc Augé, «permette di prestare attenzione all’altro». Viaggiando in bici, «sono ciò che scopro», sperimentando «la reinvenzione di legami sociali gradevoli, leggeri, eventualmente effimeri, ma sempre portatori di una certa gioia di vivere».

Dopo aver attraversato i confini si è verso nord entrando in Francia sul confine di Basilea e quindi dopo aver superato la catena montuosa dei Vosgi e percorso la lunga ciclabile del fiume Mosella è arrivato in Lussemburgo ad Esch la capitale della cultura 2022. Ad accoglierlo, insieme ai familiari, anche il Dr. Mirko Costa in rappresentanza dell’ambasciata italiana in Lussemburgo e noi della redazione di Passaparola. 

Dall’Italia sono stati in tanti a sostenere il viaggio di Salvatore come l’associazione Napoli Pedala, Bicycle House e il Team Bike Acerra. Un folto numero anche sui canali social, dove in tantissimi hanno seguito giorno per giorno gli aggiornamenti del viaggio sulla pagina Facebook e il profilo Instagram torenet82 e TBA

Il viaggio di Salvatore ci dice che conoscere, scoprire, pedalare, imparare, sono tutte azioni legate all’esercizio della libertà.

Tutte emozioni e sensazioni che il ciclista napoletano ci racconta nell’intervista. 

La tua lunga biciclettata si inserisce in un’iniziativa benefica. Ci racconti come è nata l’idea di questo viaggio? 

L’idea non nasce così per caso. Sono un amante delle due ruote da sempre e negli ultimi anni seguo molto la tematica del cicloviaggio perché la reputo un’ottima modalità per visitare luoghi e posti.
L’input definitivo è arrivato col bonus bici durante la pandemia e quindi ho deciso di vendere la mia bici da corsa per acquistare una bici da touring di buona qualità con lo scopo ovviamente di utilizzarla per cicloviaggi.
Nel pensare al tipo di viaggio e il percorso ho deciso che sarei andato in Lussemburgo da mia nipote, mi sembrava una cosa bella sia dal punto di vista del viaggio ma anche dal punto di vista del mio essere zio e ho scelto di aspettare l’estate successiva per avere sia tempo di organizzarmi, sia la bimba di crescere e avere un minimo di comprensione in più rispetto al fatto che io fossi lo zio e che ero su una bici. Avendo due gemelli di un anno in più ho potuto valutare direttamente gli atteggiamenti di un bambino a quell’età.

E quindi circa un anno fa ho iniziato a studiare questo viaggio, prima sommariamente e in particolare modo il percorso e poi tecnicamente, quindi borse, materiali e necessità. Sono sempre molto scrupoloso nel preparare i miei viaggi e provo piacere nel farlo, quindi era un’occasione bellissima per me anche la preparazione stessa.

Allo scopo iniziale per cui mia nipote doveva essere motivo e tema del viaggio, ho pensato che in effetti partivo da due bambini (i miei figli) e arrivavo da una bambina (mia nipote), quindi la tematica poteva essere quella dei bambini. I loro nomi sono Roberto, Ciro e Chiara, quindi da lì Ride for Children dove R e C sono proprio le loro iniziali. Infine dopo il periodo invernale ho pensato che era l’occasione giusta per aggiungere anche uno scopo benefico, perché immaginavo che il viaggio avrebbe avuto visibilità e poi era in linea con quello che fanno molti cicloviaggiatori. Il pensiero è stato subito quello di Famiglia d’Africa, sia perché è una realtà che conosco bene grazie a mio cognato e mia sorella, sia perché sposava perfettamente la tematica sui bambini del viaggio.

Immagino che prima di partire per questa impresa tu abbia pianificato tutto con anticipo: tappe, soste, rifugi etc. Come si programma un viaggio così lungo? 

Si’ come dicevo ho iniziato un anno prima. La pianificazione dipendeva da due aspetti fondamentali che erano punti fermi, i km del percorso e il tempo a disposizione. Avendo già percorso la Toscana in bici, l’ho subito esclusa sia perché già vista sia per difficoltà in termini di dislivello, quindi ho scelto l’adriatico, cosa che mi avrebbe permesso di percorrere gran parte dell’itinerario in pianura, cioè dalla val di Sangro alla Valle d’Aosta. Avendo solo due settimane consecutive a disposizione come ferie, partendo il sabato potevo avere 16 giorni a disposizione, aereo di ritorno compreso e significava non permettersi di sbagliare in nessuna tappa o dare per scontato che tutto andasse per il meglio. Un’assunzione totalmente sbagliata. Quindi non essendo un periodo dove tutti prendono ferie a lavoro, sono riuscito ad avere anche un giovedì e un venerdì prima e i giorni sono diventati 17 più uno di ritorno. Cioè 3 giorni di elasticità in più sulle 14 tappe programmate ed era una situazione sicuramente migliore.

Una volta chiuso il discorso percorso e giorni ho iniziato a lavorare su due aspetti legati tra loro, attrezzatura ed esperienze in bici, mie ma soprattutto degli altri. In un anno avrò letto diverse decine di libri di cicloviaggiatori e visto chissà quanti video e documentari su YouTube. Tutto ciò non solo è una scuola gratuita di esperienze e consigli, ma soprattutto ti fa una sorta di lavaggio del cervello che inizia ad abituarsi sempre di più all’idea e a generare intrinsecamente adrenalina e attesa per il viaggio. Cosa che serve tantissimo per far sì che paura e ansia non prendano il sopravvento.

Negli ultimi mesi ho anche appuntato tutti i camping che più mi piacevano lungo il percorso così da non perdere troppo tempo poi sul posto a cercare. Si è rivelato molto utile sia per i tempi ma anche per i costi, perché ovviamente studiando tutto prima potevo anche ottimizzare su quelli più economici.

Ultima cosa ma non per importanza è stata la preparazione fisica, che non è stata come volevo. Avevo programmato da gennaio a maggio un’uscita lunga al mese, cioè oltre i 100km per provare anche il bagaglio e invece a parte la randonnee di Napoli, intrapresa ovviamente senza bagagli, ho fatto solo un casa-Paestum andata e ritorno interrotto a Salerno causa freddo e acquazzone e poi un’uscita ad anello verso Sant’Agata de Goti con bagaglio quasi completo meno di un mese prima della partenza. C’è da dire però che per oltre un anno sono andato a correre a piedi quasi tutte le mattine e probabilmente non è stata una cattiva idea a livello muscolare. La visita biomeccanica ha completato l’opera e mi ha assicurato di evitare problemi dovuti alla pedalata, riuscendoci alla grande grazie alla professionalità del dott. Di Micco.

Come l’hanno presa i tuoi figli e la tua famiglia  questa tua avventura?

La reazione in famiglia è stata variabile nel tempo. Quando ho iniziato a parlare di questa cosa nessuno mi diceva nulla, come se fosse un pensiero che poi col tempo svanisce. Della serie “sì lasciamolo parlare…”. Poi quando ho iniziato a comprare tenda, borse e altre cose, si è capito che facevo sul serio. Anche perché molte cose mi sono state regalate a Natale proprio dalla famiglia che ogni anno chiede “cosa ti serve?”.Da quel momento in poi è iniziata una preoccupazione che da leggera è diventata man mano crescente, anche se quel filo di fiducia nei miei confronti c’è sempre stato, perché non era la mia prima avventura. Quello che preoccupava di più è il fatto che fosse la mia prima avventura solitaria e fino alla fine genitori e moglie hanno sperato che qualcuno mi facesse compagnia, ma nonostante preferisco viaggiare in compagnia, questa volta (e solo questa) volevo provare l’esperienza solitaria per mettermi alla prova e vedere cosa si sente realmente in questi casi.

Il massimo stato d’ansia è stato il giorno prima della partenza…in casa a stento si parlava ed io ero visibilmente nervoso. La serata alla Bicycle house è stata importante per spezzare quello stato d’ansia la sera prima della partenza. I bambini ovviamente hanno realizzato solo quando sono partito, perché pur dicendo loro che dovevo andare in bici dalla cuginetta, ovviamente a poco meno di 3 anni non hanno concezione di km e tempi, per loro le mie uscite in bici durano al massimo una giornata. Quindi quando dopo qualche giorno continuavano a vedermi solo in web cam hanno capito che era qualcosa di diverso e non è stato facile quando un po’ tristi non avevano nemmeno voglia di salutarmi. Poi dopo qualche giorno si sono abituati all’idea e hanno finito addirittura per incoraggiarmi come successo sulla salita del Gran San Bernardo.

Hai attraversato diverse nazioni. Quali differenze ci sono tra i diversi paesi dal punto di vista di piste ciclabili? 

Mi fa male dirlo perché amo la mia terra in maniera viscerale, ma la differenza in termini positivi aumenta all’aumentare della distanza dal Vesuvio. Dalle mie parti le infrastrutture mancano così come le abitudini alle due ruote. Quest’ultima migliora nel casertano ma solo per il semplice fatto che ci siano meno salite e vaste pianure, ma in ogni caso di ciclabili nemmeno l’ombra a parte qualche caso isolato senza senso. L’adriatico è quasi tutto ciclabile e salvo alcune zone si riesce a percorrerlo tutto sui lungomare. Molto bella la ciclabile dei trabocchi. Ma di fatto ti rendi conto che è solo un fattore turistico perché poi basta allontanarsi di qualche metro dal lungomare e non c’è nulla di ciclabile. L’Emilia-Romagna è la regione italiana ciclabile per antonomasia, i centri cittadini sono colmi di bici che non hanno bisogno di ciclabili perché sono pedonali. Le ciclabili si estendono per qualche km all’ingresso e all’uscita di ogni città principale, ma poi terminano e la maggior parte dei km per chi percorre la via Emilia è su strada insieme a camion e auto senza nemmeno uno spazio di sicurezza esterno.  In maniera similare la Lombardia e la Valle d’Aosta.

In Svizzera si passa in un mondo totalmente diverso, a mio parere di perfezione totale sia per cultura sia per infrastrutture. Le piste ciclabili sono presenti nei centri urbani, mentre per percorrere lunghi tratti da una città all’altra esistono strade completamente ciclabili come si può vedere consultando il sito schweizmobil.ch. I percorsi sono indicati in modo dettagliato ed è impossibile perdersi. Tra l’altro si sfruttano zone lungo il corso di fiumi o in campagna, belli anche dal punto di vista paesaggistico.
La stessa situazione anche se non a quei livelli di perfezione, c’è in Francia. Anche in Alsazia e Lorena, così come lungo la Mosella, ci sono percorsi completamente ciclabili e non a caso si incontrano tantissimi cicloturisti.

Qual è l’alimentazione che hai seguito per tutto il viaggio? 

Prima di partire ho badato un po’ al discorso alimentazione, perché alla randonnee di Napoli avevo notato come con la corretta alimentazione avevo percorso oltre 200km senza sentirmi stanco all’arrivo. Dove per corretta alimentazione non intendo solo cosa mangiare, ma soprattutto ogni quando mangiare. Una frequenza giusta aiuta tanto. La prima tappa infatti sono stato malissimo negli ultimi km proprio per un errore nell’alimentarmi, perché avevo mangiato poco nelle prime decine di km e quindi nella pausa pranzo ho divorato di tutto per fame. Man mano poi ho aggiustato il tiro e ho notato come mangiando con frequenza qualcosa di non pesante e scegliendo insalata e fritta con qualche pezzo di pollo o pesce a mezzogiorno, la pedalata andava molto meglio nel pomeriggio. La sera invece non badavo a nulla e approfittavo per rilassarmi e mangiare quello che volevo.

Raccontaci le parti più importanti che ti hanno emozionato del viaggio. 

Le emozioni sono state tante e diverse l’una dall’altra. Sicuramente l’arrivo al passo del Gran San Bernardo è stato il momento più emozionante di tutti, ma anche quello a Reggio Emilia dopo 220 km sotto ad un caldo terrificante o l’ingresso in Valle d’Aosta dove forse ho realizzato davvero che stavo compiendo una cosa fantastica. Se proprio devo citarne un’altra è stato l’arrivo sull’Adriatico a foce del Sangro. Il primo giorno non è stato facile e quando al secondo ho visto il mare è stato qualcosa di mentalmente terapeutico nonostante mancassero ancora un bel po’ di km per Pineto, luogo dove avrei concluso quella tappa.

Hai un aneddoto, una persona, un luogo che ricorderai di questa traversata? 

Non c’è un aneddoto ben preciso, ce ne sono tanti e non basterebbe un intero giorno a raccontarli. Sicuramente ricordo con immenso piacere tutte le persone che per strada mi hanno accolto e offerto qualcosa. Un gesto che è davvero bello quando viaggi in solitaria. Tra questi ricordo più di tutti la signora che gestisce il camping Reno a Sirolo sul Conero, la quale dopo avermi offerto il pernottamento in campeggio gratis, il giorno dopo ha anche fatto un’offerta per Famiglia d’Africa. 
Altri aneddoti sono legati al supporto di mia moglie quando dopo i primi giorni pensavo di mollare e dei miei figli col famoso “forza papà” mentre salivo il Gran San Bernardo, un’emozione infinita.

Hai fatto altri viaggi lunghi? E dove? 

Sì ho fatto altri viaggi in bici ma non da solo perché nel 2015 da Lourdes a Finisterre lungo il cammino di Santiago ero con un amico, mentre al Tuscany Trail nel 2018 pur andandoci da solo c’erano 700 partecipanti alla manifestazione, quindi non si era mai veramente da soli.

Paolo De Martino

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