Secondo Sayf, terza Ditonellapiaga, quarta Arisa, quinti Masini Fedez. Premio della critica Mia Martini a Fulminacci, Premio sala stampa Lucio Dalla a Serena Brancale che vince anche il Premio Tim, Premio Bardotti miglior testo a Masini e Fedez, Premio Bigazzi miglior composizione musicale Ditonellapiaga

L’ultima serata del Festival di Sanremo 2026 si apre così: Carlo Conti, Giorgia Cardinaletti e Laura Pausini sul palco dell’Ariston in silenzio e con le facce affrante. Un messaggio registrato, formale, inquadrato. Fuori c’è la guerra — l’Iran, un nuovo fronte, il mondo che si sgrana un pezzo alla volta — e loro sono lì a dirci che lo sanno, che ci pensano, che è un momento difficile. “Non possiamo ignorare quello che sta succedendo”. Parole generiche, costruite per non urtare nessuno. Né la Palestina viene nominata, né l’Ucraina, né il nuovo conflitto in Iran. Niente che pesi, niente che tagli. Poi si gira pagina e comincia lo spettacolo, quello non registrato.
Ecco Sanremo 2026, in un’immagine sola: la guerra come cornice decorativa, il Festival come mondo a parte, lo scollo tra i due così ampio e così evidente da sembrare quasi programmatico. Non un’assenza ingenua. Una scelta.
C’è una parola che torna in mente al termine di questo Sanremo 2026, e non è una parola musicale. È una parola storica, quasi politica: restaurazione. Quella che dopo il turbine della Rivoluzione riportava i re sui troni, i nobili nei palazzi, l’ordine antico a fare da diga contro il presente che spaventa. Non un ritorno al passato per nostalgia — per quello ci vorrebbe almeno onestà sentimentale — ma un ritorno al passato come scudo, come rifiuto, come resa.
Sanremo 2026 è questo: una restaurazione posticcia e imbalsamata. Un Festival che ha scelto il conforto del già sentito come risposta — o meglio, come non-risposta — a un mondo che fuori dall’Ariston è rabbia, guerra, inquietudine, accelerazione. Un mondo che preme contro i vetri e non viene fatto entrare o viene fatto entrare con la luce abbagliante dei riflettori che impedisce di vedere.
Su una gara di settantasei anni, ci si aspetterebbe che almeno una manciata di canzoni riuscisse a dire qualcosa di nuovo, o di urgente, o semplicemente di vivo. Invece abbiamo sentito canzoni di una prevedibilità sconcertante. Strutture già sentite, arrangiamenti già sentiti, emozioni già sentite. Il vecchiume non come classico — il classico ha una ragione per resistere al tempo — ma come difetto di coraggio, incapacità o rifiuto di abitare il presente.
Il sintomo più clamoroso? C’è che quando arriva al Festival qualcosa di autentico, di scomodo nella sua nudità emotiva come la canzone di Serena Brancale, il meccanismo sanremese non sa come gestirlo e lo relega al nono posto, ben lontano dalla top five. Il Festival premia il presentabile, il riconoscibile, il rassicurante. Serena Brancale era niente di tutto questo e per questo era la cosa più preziosa in gara. C’è chi nel 2026 — non nel 1956, non nel 1976, ma nel 2026 — si è ritrovato a rivalutare, celebrare (anche tra gli addetti ai lavori) e a far vincere Sal Da Vinci. Con tutto il rispetto per il vincitore, sia chiaro: il problema non è lui. Il problema è che la canzone non può essere identificata come parametro di eccellenza relativa. Perché quando il punto di riferimento diventa quello, vuol dire che qualcosa nel sistema si è rotto in profondità.
E poi c’è la domanda che nessuno sembra volersi fare davvero: perché?
Perché un Festival che pure ha risorse, visibilità, capacità di attrarre talento, sceglie sistematicamente di restare fuori dal tempo? Non fuori dal tempo nel senso nobile — quello dei grandi classici che parlano all’eterno — ma fuori dal tempo nel senso di chi si è fermato su un binario morto e non se n’è accorto, o forse sì e ha scelto lo stesso di non muoversi.
La risposta, probabilmente, è esattamente la restaurazione di cui sopra. In un’epoca di accelerazione vertiginosa — culturale, politica, tecnologica, emotiva — il rifugio nel già noto diventa una proposta identitaria. Una rassicurazione. Un “qui da noi le cose stanno come le conoscete”. Il problema è che questa proposta funziona solo se il pubblico non si accorge del costo che paga: l’assenza totale di urgenza, di rischio, di vita.
Mentre fuori c’è la guerra. Mentre fuori c’è la rabbia sociale che si accumula e cerca forme e linguaggi nuovi. Mentre fuori la musica — quella vera, quella che non chiede il permesso a nessuno — continua a muoversi, a ibridarsi, a sporcarsi di realtà. Sanremo 2026 ha risposto a tutto questo con una serata di gala in un palazzo con i portoni sbarrati.

Infine, la nomina del prossimo direttore artistico del Festival di Sanremo, Stefano De Martino – ancora una volta un uomo – riapre una questione che non è più simbolica ma strutturale. In 76 anni di storia, sul palco del Teatro Ariston, le conduzioni femminili sono state appena quattro: un dato che non è una semplice statistica, ma l’indicatore di un sistema che fatica a redistribuire potere decisionale.
Se il principale evento pop del Paese, nato e cresciuto a Sanremo, continua a riprodurre uno schema così sbilanciato, significa che il problema è a monte: nei criteri di selezione, nelle opportunità offerte, nella percezione stessa dell’autorevolezza.
Cambiare cultura non significa moltiplicare dichiarazioni d’intenti (come è successo stasera) o inserire quote decorative nei palinsesti. E’ proprio da qui che bisognerebbe partire: dal riconoscere che la continuità non è neutra, che le tradizioni possono diventare inerzie, e che l’innovazione non riguarda solo il linguaggio artistico ma anche chi è chiamato a definirlo. Se non si mette in discussione questo assetto, ogni discorso sulla modernità rischia di restare, appunto, uno siparietto. Perché la cultura non cambia con gli slogan e continuare a rimandare questa scelta non è prudenza: è una presa di posizione.
Gilda Luzzi
