Quando il Paradiso sale sul palco, il teatro si fa inclusione. Nella cornice luminosa del Paradiso dantesco si dispiega una verità che trascende i secoli: ogni anima anela al riconoscimento della propria essenza, alla comprensione che si fa abbraccio, all’amore che non esclude ma illumina

Ieri sera (8 febbraio, ndr), all’Auditorium di Roma, questa verità ha smesso di essere pura astrazione letteraria per farsi corpo, voce, presenza scenica. “La Commedia divina”, messa in scena dal Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi, fondatore e direttore artistico, ha trasformato il palcoscenico in un paradiso possibile, dove tutti i protagonisti hanno dimostrato che l’arte diventa cura autentica quando offre a ciascuno uno spazio per rivelarsi. Ieri sera è accaduto qualcosa di straordinariamente necessario: non un trionfo su un avversario, ma un atto di resistenza contro l’indifferenza che esclude, contro il silenzio che nega. Ogni ingresso in scena è stato una dichiarazione, ogni battuta un’affermazione, ogni passo un abbraccio, ogni movimento un’epifania.

Per chi convive con le difficoltà quotidiane salire su quel palco significa ogni volta attraversare confini che la società ha eretto più con i propri pregiudizi che con ostacoli materiali. Il Teatro Patologico si appropria da sempre di un termine medicalizzante per rovesciarlo: non ‘patologico’ come sinonimo di malattia da curare, nascondere o contenere, ma come specificità da portare alla luce, da trasformare in linguaggio artistico.

Questa è la terapia nel suo senso più profondo e ancestrale: non correggere né normalizzare, ma prendersi cura creando lo spazio perché ciascuno possa esprimere la propria verità. L’allegoria dantesca diventa così esperienza concreta, il Paradiso metafora che prende corpo sulla scena.

Gli spettatori dell’Auditorium sono stati trasportati e rapiti da uno spettacolo in cui hanno riconosciuto il talento, l’impegno, la capacità artistica .

Il viaggio compiuto dai ragazzi del Teatro Patologico per arrivare su quel palco è sempre faticoso e tortuoso quanto la salita dantesca. Ha richiesto di attraversare l’inferno dei pregiudizi sociali, il purgatorio delle barriere architettoniche e culturali, prima di approdare al paradiso – temporaneo ma reale – dei riflettori e degli applausi.

La platea dell’Auditorium si è trasformata in un luogo dove ogni spettatore, guardando il palco, ha potuto intravedere la possibilità di un mondo diverso. Non un’utopia irrealizzabile, ma un’utopia concreta, incarnata, sperimentata per la durata di uno spettacolo. Se Dante poteva solo immaginare il Paradiso attraverso le metafore della teologia medievale, ieri sera lo abbiamo visto realizzato in forma teatrale. Ciò che si è compiuto sul palco non è un punto d’arrivo, ma un orizzonte che continuamente si sposta, una tensione etica che deve animare ogni gesto di cura, ogni politica culturale, ogni relazione umana. È il cambiamento che si rinnova ogni sera in cui il Teatro Patologico sale sul palco e ogni volta che la società sceglie di costruire rampe invece di muri, di aprire teatri invece di chiudere porte, di vedere artisti dove prima vedeva soltanto persone con disabilità da assistere.

E se Dante concludeva il suo viaggio con lo sguardo rivolto alle stelle, noi lasciamo l’Auditorium sapendo che quelle stelle – la giustizia, l’amore, il riconoscimento, l’umanità – non brillano solo in cielo. Brillano su ogni palcoscenico che si apre a tutte le voci e in ogni platea che sa ascoltare. L’arte non promette un paradiso futuro: ci mostra quello possibile, qui e adesso.

Gilda Luzzi

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