Con l’uscita di Looking for Connection, pubblicato lo scorso 24 ottobre, Veronica Fusaro conferma la sua vocazione internazionale e la capacità di parlare a pubblici molto diversi tra loro. Le sue nuove canzoni, sospese tra indie-pop, soul e vibrazioni globali, affrontano temi universali – il bisogno di autenticità, la ricerca di contatto umano in un mondo iperconnesso, la vulnerabilità come forza – trasformandosi in un messaggio che supera confini linguistici e geografici

Veronica Fusaro (c) Nils Sandmeier

Questa prospettiva aperta sul mondo si riflette anche nel suo nuovo tour europeo, che farà tappa in Germania con tre appuntamenti molto attesi: il 15 dicembre a Berlino (Prachtwerk), il 16 dicembre ad Amburgo (Hebebühne) e il 17 dicembre a Francoforte (Ponyhof Club). Palchi ideali per un’artista che ha sempre concepito la musica come luogo di incontro, dialogo e scambio culturale.

Mentre conquista ascoltatori dal Regno Unito agli Stati Uniti, dall’Europa continentale fino alle comunità italiane all’estero, Fusaro riafferma la forza di un linguaggio musicale che parla di fragilità contemporanee con una sensibilità profondamente globale. In un mondo che cerca ancora la propria direzione, Looking for Connection diventa una bussola emotiva capace di unire.

Brani come “Gold Rush” o “Can You Take the Heat?” esprimono una forte carica e forse una critica alla frenesia della vita moderna e alla ricerca di un successo immediato. Qual è il tuo punto di vista sul concetto di successo nell’industria musicale globale oggi?

La mia opinione si ritrova proprio in questi brani. Gold Rush e Can You Take the Heat? parlano della frenesia, della pressione e di questa corsa continua verso qualcosa che spesso non sappiamo nemmeno definire.

Per me il successo non è l’immediatezza o i numeri, perché quelli vanno e vengono. Il vero successo, oggi, è riuscire a rimanere autentici in un’industria che ti chiede sempre di correre. È continuare a fare musica che senti davvero tua, senza perdere la testa lungo la strada.

La tua musica è cantata principalmente in inglese. È una scelta puramente strategica per l’internazionalizzazione o senti che l’inglese ti permette un’espressione emotiva che altre lingue non ti offrono?

La maggior parte dei miei idoli canta in inglese, quindi per me è sempre stato naturale scrivere in quella lingua. Mi piace proprio come suona, come si incastra con le melodie. Non è una scelta strategica, è più una questione di istinto.

Ascoltando l’album, emerge un chiaro senso di vulnerabilità e onestà emotiva. Credi che l’autenticità e la capacità di connettersi a un livello umano universale siano la chiave per sfondare nel panorama musicale internazionale?

Credo che l’autenticità sia sempre la cosa più importante. Le mode cambiano, i numeri salgono e scendono, ma se una canzone dice qualcosa di vero, allora può arrivare a chiunque, in qualsiasi paese.

“No Rain No Tears” è una traccia che suggerisce la resilienza. In un mondo globalizzato e spesso caotico, quale messaggio di speranza o forza personale speri di lasciare ai tuoi ascoltatori in tutto il mondo?

No Rain No Tears parla del bisogno di leggerezza, di trovare un po’ di luce anche quando la vita pesa. Vorrei che chi l’ascolta sentisse questo: non sei solo nelle tue emozioni, e c’è sempre spazio per qualcosa di bello, anche nei momenti difficili.

Qual è la tua aspirazione più grande per il futuro? C’è un paese o un palcoscenico specifico nel mondo dove sogni di portare la tua musica e che senti possa comprendere appieno il tuo messaggio?

La mia più grande aspirazione è raggiungere sempre più persone con la mia musica e potere suonare ovunque, portando insieme le persone per cantare e ballare. Mi piacerebbe che i miei concerti diventassero momenti in cui ci si sente uniti, anche solo per un’ora. E chissà, magari una mia canzone può aiutare qualcuno o fargli compagnia in un momento difficile.

E poi sì, sarebbe davvero mitico un giorno poter suonare all’Arena di Verona. Un sogno enorme.

Elisa Cutullè – Cover : Nils Sandmeier

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