Ogni settimana una poetessa, un poeta, un profilo, una citazione sul suo intendere il modo di costruire le parole, la sua poesia.

Dino Campana

È Dino Campana, è Genova, centodieci anni fa. Il poeta è nato a Marradi nella Romagna toscana da Giovanni e da Francesca Luti, una madre con cui avrà sempre un difficile rapporto, forse perché lo trascura per un altro figlio, Manlio. E’ arrivato vagabondo di terra e di mare e amante di una bellezza pura che non trova in nessun luogo, sosta in piazza Sarzano, le dedica una poesia dei suoi “Canti Orfici”, ma ancora non si chiamano così, ancora sono soltanto manoscritto che aspira a diventare un libro. A scuola, Dino è impulsivo, quasi brutale. Il padre, maestro elementare, divenuto poi direttore didattico, ha un fratello che i medici hanno dichiarato pazzo e teme che il figlio abbia ereditato la sua «tara» (questa è la parola).

Finito il liceo, nel 1903, Dino Campana, che era nato nel 1885, si iscrive all’Accademia militare di Modena. Per sé vorrebbe una vita eroica. Legge Nietzsche: vorrebbe una vita nietzschiana. Dall’Accademia viene cacciato quando non ha ancora compiuto il suo primo anno di studio, forse per un litigio, una baruffa notturna. Passa un mese in carcere, a Parma. Non sarà, come avrebbe voluto, ufficiale di carriera – in realtà non passa l’esame per il ruolo di sergente –  ma legge, studia, scrive, si isola, vagabonda. Si iscrive all’Università di Bologna, facoltà di Chimica, (ma perché chimica per un umanista come lui?) ma nella primavera del 1906 fugge da una vita che, in fondo, non vuole. Passa da un treno all’altro: gira così la Svizzera, nascondendosi nella ritirata ogni volta che teme che lo scoprano. Non ha biglietto. Dalla Svizzera dove si fa anche arrestare a Basilea arriva a Parigi e, quando torna a Marradi, il padre lo fa internare. Scrive, il padre, al direttore del manicomio di Imola, che il figlio «ha la psiche esaltata, avvelenata, pervertita, non sente affetti e prende presto a noia luoghi e persone». Dino passa due mesi in manicomio, dal 4 settembre al 31 ottobre, poi la famiglia decide di mandarlo via, lontano, il più possibile lontano da casa. Nel 1907 lo zio Torquato lo accompagna a Genova – ed è lì che Dino l’incontra – da dove parte un bastimento per l’Argentina. Nella Pampa farà ogni genere di mestieri: il bracciante, il pompiere, il suonatore di triangolo in una banda. Nel maggio 1908 si imbarca come mozzo sulla nave Odessa, torna in Europa. Gira a piedi tra l’Olanda, il Belgio e nuovamente Parigi, a piedi ritorna in Italia. Nel 1909 il padre lo riporta in manicomio, ma ne viene rilasciato: i medici dicono che non è pazzo; non da ricovero, almeno. Seguono anni di studio intensissimo e, nel 1912, Dino Campana, con la sua «lunga capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta […] due baffetti che s’arrestavano all’angolo delle labbra, e una barbetta economica» (Ravagli), è di nuovo a Genova. Scrive i suoi “Canti Orfici” nel 1913, dopo un’estate trascorsa a Genova, «sempre bestialmente perseguitato e insultato» (come disse di sé in una lettera a Emilio Cecchi). Ai “Canti” assegna un’importanza suprema: «dovevano essere la giustificazione della mia vita», ne scrive. A Firenze il manoscritto finisce nella redazione della rivista Lacerba di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, suo lontano parente.. Giovanni Papini li legge, loda il poeta, gli rende il manoscritto. Poi se lo fa ridare, promette che lo pubblicherà. Non lo pubblica, anzi lo perde..dice di averlo dato all’”infame”  Soffici che nega di averlo ricevuto, anche se si saprà  sessant’anni dopo che Soffici lo aveva ricevuto per davvero. Dino Campana si dispera, fa lavori occasionali, soffre il freddo e la fame, scrive e riscrive a Papini, «5 o 6 volte inutilmente». Quindi decide di riscriverlo, a memoria, quel manoscritto perduto e giura di vendicarsi, se mai potrà. I “Canti Orfici” vedranno la luce a Marradi, nel luglio 1914, presso il tipografo Bruno Ravagli. Nel 1915 una recensione dei Canti a cura di Renato Fondi gli restituisce il “senso della realtà”. Riformato, non parte per la Grande Guerra e gira senza meta fissa fra Torino, Domodossola, Firenze. Cerca un lavoro, si avvicina a Emilio Cecchi, uno dei suoi pochi estimatori con Giovanni Boine e Francesco De Robertis. Segue l’ingresso nella sua vita di Sibilla Aleramo che si dichiara “incantata e abbagliata insieme” dai suoi versi. Inizia fra i due una tumultuosa relazione che finisce due anni dopo non senza aver dato luogo ad un fitto carteggio amoroso che Feltrinelli pubblicherà nel 2000. La fine della relazione scompensa ulteriormente l’equilibrio psichico del poeta che deluso scrive: ”Non ho più lacrime. Perché togliermi anche l’illusione che una volta tu mi abbia amato è l’ultimo male che mi puoi fare”. Considerato affetto da ebefrenia, una forma incurabile di psicosi schizofrenica, viene internato nel 1918 a Castel Pulci dove morirà dopo 14 lunghi anni di degenza il 1° marzo 1932 pochi giorni prima di essere dimesso. L’ultimo atto di un destino avverso. Il primo originale manoscritto dei Canti Orfici, Il più lungo giorno, verrà ritrovato nel 1971 fra le carte di Ardengo Soffici nella casa di Poggio a Caiano. Ci si può domandare come sarebbe stata la vita di Campana se ne avesse mantenuto una copia per sé senza affidarsi all’attenzione del noto poeta che evidentemente non lo aveva preso troppo sul serio. Mancando completamente – ma non è un caso unico – alla responsabilità di un anziano nei confronti dell’entusiasmo di un giovane autore.

Nel corso della sua vita a Genova nel 1913 il poeta era rimasto incantato da Piazza Sarzano.

Perché proprio quella piazza? Genova, che pure non è una città di piazze, ne ha tante. Ne ha di ampie, come piazza della Vittoria, di lastricate e monumentali, come piazza De Ferrari, di antiche, come piazza Banchi, e antichissime, come piazza San Matteo e piazza San Donato. Ne ha di tonde e aiolate, come piazza Corvetto e ce ne sono certe con bellissime fontane di marmo, come piazza Colombo e Campetto. Ma piazza Sarzano? Che ha piazza Sarzano, che pare una palpebra, con il mare di qua e il vicolame del centro storico e la via di Ravecca e il museo di Sant’Agostino – non dentro l’occhio, però, ma fuori, sui margini….? Non della piazza, ma di tutto ciò che l’insidia e la nega: che ha?

«Andiamo!»: pare un motto, il segno di una sua ispirazione a tratti e a folate. Inquieta, vagabonda, intessuta di sogni. Quando passò da Genova, Dino Campana, dedicò proprio a Piazza Sarzano una pagina dei suoi “Canti Orfici” (1914).

È una poesia in prosa, sul modello francese, e dice: «A l’antica piazza dei tornei salgono strade e strade e nell’aria pura si prevede sotto il cielo il mare. L’aria pura è appena segnata di nubi leggere. L’aria è rosa. Un antico crepuscolo ha tinto la piazza e le sue mura. E dura sotto il cielo che dura, estate rosea di più rosea estate».

Lo colpiva – colpiva la sua fantasia – la «fonte sotto una cupoletta», il pozzo, ove «acqua acqua, acqua getta senza fretta, con in vetta il busto cieco di un savio imperatore romano». La torre di Sant’Agostino, policroma, le sue «quadretta svariate di smalto», «un riso acuto nel cielo, oltre il tortueggiare, sopra i vicoli il velo rosso del rosso mattone: ed a quel riso odo risponde l’oblio».

La piazza, nella poesia, si anima di cadenze, un fanciullo la percorre in tutta la sua lunghezza. Fa il resto la luce, i colori: i colli verdi e il chiarore del mare, la donna bianca che appare a una finestra. Fa il resto il silenzio: il paesaggio si riveste di immobilità e di gioia inesauribile. Scende la notte: «è la notte mediterranea».

Pochi altri, quanto il visionario Campana, il “folle di Marradi”, hanno compreso e ritratto la genovese bellezza delle «terrazze verdi ne la lavagna cinerea», dove «dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto», «la sinfonia feconda urgente al mare», la “folla che sale veloce” e «la febbre della vita», l’«azzurro serale», la vastità e la bianchezza, il «groviglio delle navi» nella «grande luce mediterranea» «e dal fondo il vento del mar senza posa».

Diciannove anni dopo, in manicomio, si spegneva il suo canto non senza avere aperto la via con i suoi “Canti Orfici” a Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini. Restava la sua antologia, quella di un poeta visionario e errante, per cui tutte le cose sono molteplicità di sensi e di immagini.  Indimenticabile.

Loris Jacin con Stefano Termanini

“A quindici anni andai in collegio in Piemonte: a Carmagnola, presso Torino. Più tardi all’Università di Bologna. Non riuscivo in chimica. E allora mi diedi un po’ a scrivere e un po’ al vagabondaggio. Ero spinto da una specie di mania di vagabondaggio. Una specie di instabilità mi spingeva a cambiare continuamente.. Io dovevo studiare lettere. Se studiavo lettere potevo vivere. La chimica non la capivo assolutamente, quindi mi abbandonai al nulla…Alcuni mesi sono stato in prigione. Due o tre mesi in Svizzera, a Basilea; per rissa.   Avevo litigato con uno svizzero: delle contusioni. Non fui condannato. Avevo un parente, mi raccomandò. In Italia, arrestato, e poi un mese di prigione a Parma verso il 1902-1903. Sono stato al manicomio di Imola, dal professor Brugia: ci stiedi quattro mesi. Nel Belgio, dopo Imola, al manicomio di Tournay, altri quattro mesi {a Imola, per demenza precoce, dal 4 settembre al 31 ottobre 1906; dopo che a Tournay, a Firenze, in osservazione, per diciotto giorni nell’aprile 1909 ndr}…Facevo qualche mestiere. Per esempio: temprare i ferri; tempravo una falce, un’accetta. Si faceva per vivere. Facevo il suonatore di triangolo nella Marina Argentina. Sono stato portiere in un circolo di Buenos Aires. Facevo tanti mestieri. Sono stato ad ammucchiare i terrapieni in Argentina. Si dorme fuori nelle tende. E’ un lavoro leggero ma monotono. In Argentina  avevo disimparato persino l’aritmetica. Se no mi sarei impiegato come contabile…Ho fatto il carbonaio nei bastimenti mercantili, il fochista. Ho fatto il poliziotto in Argentina, ossia il pompiere: i pompieri li’ hanno qualche incarico di mantenere l’ordine. Sono  stato a Odessa. Vendevo le stelle filanti nelle fiere. I Bossiaki sono come zingari. Sono compagnie vagabonde di cinque sei persone. Il tiro al bersaglio fu in Svizzera. Varie lingue le conoscevo bene…Ero venuto in Italia dalla Svizzera per non disertare. In Italia videro che ero stato in manicomio e non mi chiamarono in servizio. Quindi restai a spasso in quel modo. {E’ dell’estate del 1914 la pubblicazione dei Canti Orfici, a Marradi ndr). Vendevo i Canti Orfici da “Paszkowski”  e alle “Giubbe Rosse” in Firenze; al “Caffè San Pietro” a Bologna. Se io vendevo quel libro era perché ero povero…Un po’ tutti mi irritavano. I futuristi li trovavo vuoti, per esempio. Avevo della nevrastenia forte. {28 gennaio 1918 . internamento nel manicomio di Castel Pulci ndr) ..Ero una volta scrittore, ma ho dovuto smettere per la mente indebolita. Non connetto le idee, non seguo…Ora bisogna che mi occupi di affari più importanti “(8 novembre 1926).

(testimonianza di Dino Campana resa al dott. Carlo Pariani  nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci dove il poeta muore il 1° marzo 1932 dopo quattordici anni di degenza)

GENOVA

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscii: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

***

Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea

Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto

Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:

Come le cateratte del Niagara

Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:

Genova canta il tuo canto!

***

Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.

***

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
Dentro il vico ché rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: …..»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca. . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva. . .
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.

***

Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose


E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.

***

Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.

***

O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

(Da Canti Orfici)

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