Il 30 aprile scorso Santiago Peña Palacios è stato eletto presidente del Paraguay. Candidato del Partido Colorado, governativo, già sconfitto da Mario Abdo Benitez nelle elezioni del 2018 e ministro delle Finanze (Hacienda) nel passato governo, ha prevalso sul candidato della coalizione d’opposizione Efrain Alegre. Motivo per un sussulto di attenzione verso un paese che figura da sempre nell’ombra degli altri membri più rilevanti dell’intesa economica dei paesi del cono Sud del continente americano, il MERCOSUR, come il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, lo stesso Venezuela.  Ma di cui vanno ricordate invece per interpretare meglio il presente le tragiche e poco note vicende storiche che lo hanno interessato intorno alla metà del XIX secolo

Santiago Peña Palacios (Fonte: wtcradio.net)

Nel 1865 in Nord America dopo avere festeggiato ad Appotomax  la vittoria sull’esercito sudista del Generale R. Lee, il Generale nordista Ulysse Grant, divenuto presidente degli Stati Uniti d’America aveva dichiarato:” L’Inghilterra ha puntato sul protezionismo per secoli…dopo due secoli ha ritenuto conveniente adottare il regime di libero commercio perché pensa che il protezionismo non possa più offrirle nulla” . E aveva continuato rivendicando il diritto degli Stati Uniti di comportarsi nello stesso modo in futuro, cioè dopo i prossimi due secoli.. Corretta osservazione del presidente americano. Per la Gran Bretagna piegare gli Stati Uniti al nuovo ordine mondiale imposto a suo profitto dopo il Congresso di Vienna con l’arma dei trattati di libero commercio che le permettevano di inondare il mondo di manufatti inglesi, era certo un obiettivo fuori portata. Ma la bestia nera della classe degli ubbidienti allievi sudamericani, il Paraguay, doveva invece essere fatta rientrare nei ranghi ad ogni costo e al più presto. Il Paraguay sino alla tragica guerra detta della Triplice Alleanza (fra i tre paesi limitrofi, Brasile, Argentina, Uruguay) ordita dalla Gran Bretagna fra il 1865 e il 1870, che doveva riportarlo “all’età della pietra”, era rimasto il solo paese di America latina che il capitale straniero non era riuscito ad asservire ai propri interessi commerciali. Colonia spagnola di importanza secondaria rispetto a Bolivia e Perù, anche se disposta lungo il più grande bacino di acqua dolce del continente, il Guaraní, delimitato a ovest dal río Paraguay e ad est dal río Paranà con i suoi 3400 km di acque navigabili colleganti cinque paesi, era stata percorsa dal veneziano Sebastiano Caboto. Caboto risalendo l’estuario dall’Atlantico aveva battezzato il fiume Río de la Plata, dopo aver visto degli amerindi del posto ornati di ninnoli d’argento. Argento poi scoperto dai conquistatori per caso invece in Bolivia sul Cerro Rico di Potosí. Territorio in seguito percorso anche da Pedro de Mendoza e Juan de Oyola, il cui luogotenente, Martinez de Irala, doveva nel 1537 fondare Nuestra Señora de Asunción, la “madre de Ciudades” poi divenuta capitale del paese. Punto di partenza da cui saranno in seguito fondate Corrientes, Santa Fe, Buenos Aires, ma anche verso nord Villa Rica e Santa Cruz de la Sierra. Raggiunta l’indipendenza nel 1811, il Paraguay aveva conosciuto la lunga dittatura del “Doctor Francia”, José Gaspar García y Rodriguez de Francia Velasco y Yegros (1814-1840). Durante la sua presidenza e quella successiva di Carlos López e di Francisco Solano López il Paraguay aveva scelto -per sua sciagura- un modello di sviluppo che oggi potremmo chiamare autocentrato, usando l’arma della protezione doganale per favorire il decollo delle proprie industrie nascenti. Proprio lo stesso modello che aveva del resto fatto la fortuna proprio dell’Inghilterra e ne aveva favorito il decollo industriale. Ovvero, per parlare di cose italiane, il modello basato su di una alta protezione daziaria che Ferdinando II aveva introdotto nel Napoletano nella prima metà dell’800 per favorire la creazione delle industrie nel Regno delle Due Sicilie nel campo del tessile, delle ceramiche, delle vetrerie, del pellame richiamando i tecnici svizzeri da Sciaffusa e Basilea. Prima che l’istantanea unione doganale, proclamata da Camillo Benso conte di Cavour nel 1860, per l’Italia intera, sull’unico livello bassissimo dei dazi piemontesi, senza prevedere alcun periodo di transizione, non spazzasse via tutto come uno tsunami, soprattutto dopo che il mercato italiano era stato concretamente unificato dalle prime reti ferroviarie.

Source: University of Texas, Perry Castaneda Library Map Collection – Courtesy of the Un. of Texas Libraries, The University of Texas at Austin

Mentre gli altri paesi di America latina si facevano disciplinatamente inondare di manufatti prodotti a Yorkshire, Liverpool, Leeds, Bradford, Halifax, sulla base di trattati commerciali che consacravano il confinamento dei paesi latino-americani nel sottosviluppo della esclusiva esportazione di materie prime, il Paraguay vegliava alla creazione delle proprie infrastrutture e della propria industria di base.

Come re Ferdinando, anche il “doctor Francia” aveva fatto venire duecento tecnici stranieri, non svizzeri ma soprattutto inglesi, per permettere il decollo dell’industria nazionale cui era destinato il plusvalore agricolo. In agricoltura non operavano dei grandi latifondi ma, dopo la sconfitta delle locali oligarchie, operavano delle estancias de la patria, aziende agricole gestite direttamente dallo Stato. A differenza del resto del sub-continente, la grande maggioranza del territorio era di proprietà pubblica e veniva dato ai campesinos in conduzione diretta. Il Paraguay, privo di debiti verso l’estero, non oggetto di investimenti stranieri, né indebitato con le banche inglesi, con una bilancia commerciale largamente attiva per non essersi sottoposto ad onerosi trattati commerciali, preparava tranquillamente il proprio sviluppo industriale. Informatori nordamericani scrivevano a Washington nel 1845:”(In Paraguay)..non c’è neppure un bambino che non sappia leggere e scrivere…”  Ma agli occhi dei manovratori britannici del mondo, il Paraguay costituiva un esempio troppo pericoloso di autonomia politica ed economica capace di influenzare negativamente la sudditanza commerciale dell’intero sub-continente latino-americano e a cui bisognava mettere fine al più presto. Dietro gli eserciti della Triplice Alleanza che nel 1865 marciarono uniti contro il Paraguay si potevano distinguere le forze della City, la Banca di Londra, la banca Rotschild, la Baring Brothers, dopo la idonea preparazione diplomatica che aveva compiuto a Buenos Aires il ministro plenipotenziario inglese accreditato, Edward Thornton. Data la disparità delle forze in campo e malgrado il valore di 50.000 soldati paraguayani ben addestrati, comandati dal presidente Francisco Solano López che morirà in battaglia al Cerro Cora, la guerra si convertirà in un massacro cui fece seguito nel 1867 nel paese devastato una gravissima epidemia di colera. Dopo i fatti di guerra, su di un territorio di 406.000 km2, più grande dell’Italia, si conteranno appena 300.000 superstiti, cui si riserverà il ritorno dei latifondi e la sottomissione a nuovi iniqui trattati commerciali. Le spoglie del paese verranno divise fra i paesi vincitori: l’Inghilterra si riprenderà l’esportazione dei tessili, l’Argentina 4000 km. di Chaco, il Brasile di Pedro II 60.000 km2 di territorio e un contingente di nuovi schiavi per le piantagioni di caffè di San Paolo, solo l’Uruguay non avrà ricompense. Qualche anno dopo, fra il 1932 e il 1935, una nuova guerra con la Bolivia, chiamata a giusto titolo ”la guerra dei soldati nudi” sul controllo del vasto territorio di confine, il Chaco Boreal, ma in realtà animata dagli interessi contrastanti di due corporations petrolifere in gara sulle prospezioni, la Standard Oil e la Royal Dutch-Shell, doveva completare l’annichilimento del paese. Il Paraguay che aveva perso nel conflitto altri 50.000 uomini non si sollevò più. Mezzo secolo fa, alla fine degli Anni ’60, il Paraguay contava appena 2.250.000 abitanti. Oggi la popolazione è arrivata a 6,703 milioni di ab. La crescita è stata di mezzo milione negli ultimi quindici anni (0,6% annuo). Il paese nelle statistiche del PNUD figura al 105° posto sui 191 paesi censiti. Parente povero del MERCOSUR presenta delle statistiche migliori in Sud-America solo rispetto alla Bolivia e al Venezuela. Ma il retaggio del passato ha continuato ad operare sino ad oggi: il 2% dei proprietari controlla il 90% delle terre coltivate, il 66 % delle terre coltivabili resta nelle mani del solo 10% della popolazione che del resto è occupata in agricoltura per più del 20%. Quanto alla distribuzione interna della ricchezza l’indice di GINI dimostra tutto il peso delle disuguaglianze: con il 42,9 il Paraguay secondo i dati della Banca Mondiale riferiti al 2021 fa meglio in Sud America solo del Brasile con 52,9 (il cui immenso territorio non accatastato era stato integralmente attribuito in origine dal Conselho do Impero portoghese  a solo dodici”capitani”) e bisogna risalire sino in Centro-America per trovare dati di diseguaglianza nella ripartizione della ricchezza ancora peggiori .

In epoca recente il paese ha conosciuto il lungo periodo della dittatura di lfredo Stroessner (1954-1989), ultimo caudillo sentinella della conservazione esclusiva dei privilegi dei terratenientes, sostenuto dagli Stati Uniti per l’anticomunismo esasperato professato dal Partido Colorado al potere e, assieme al Cile, discepolo perfetto degli aggiustamenti strutturali professati in Sudamerica dal Fondo Monetario Internazionale. Destituito soltanto a seguito del decisivo intervento del governo spagnolo dopo ripetuti omicidi di gesuiti spagnoli che cercavano di organizzare delle cooperative contadine per ridurre lo sfruttamento nelle campagne del lavoro contadino. Come del resto in Salvador era stato assassinato il padre gesuita Rutilio Grande nel 1977 e in seguito il 24 marzo 1980 il cardinale arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, di recente fatto beato da Papa Francesco dopo decenni di oblio vaticano.

Foto: web

Ma l’approccio conservatore e tradizionalista ha continuato a distinguere il paese anche in epoca più recente sino alla gravissima estromissione dal potere nel 2012 dell’ex-vescovo Fernando Lugo, divenuto presidente nel 2008, che ha comportato la sospensione del paese dal MERCOSUR. Di fatto la lobby costituita dalla élite latifondista del paese si è sempre opposta ad ogni progetto industriale che implicasse lo sfruttamento in particolare della diga di Itaipú inaugurata nel 1984. Si tratta del più grande impianto idroelettrico operativo al mondo gestito da Paraguay e Brasile, ma con una distribuzione totalmente asimmetrica a favore del Brasile, anche se nel 2009 una modifica dell’accordo cinquantennale del 1973 sulla co-proprietà della diga aveva permesso di triplicare il compenso riconosciuto al Paraguay.

Oggi il Paraguay presenta alcune particolarità che vanno menzionate. 

Sul piano interno non solo è il principale produttore di cannabis di tutto il Sudamerica con un fatturato annuo che sfiora il miliardo USD ma il paese si è anche trasformato in una piattaforma  del traffico di cocaina che dalla Bolivia e dal Perù giunge ai porti di Santos, Rosario, Montevideo, cioè dalle Ande all’Atlantico grazie alla quantità di fiumi navigabili della Triplice Frontera fra Bolivia, Brasile e Paraguay. Questa situazione spiega anche la ragione della recente firma di un memorandum con gli Stati Uniti per permettere di “migliorare le condizioni di navigabilità “ del río Paraná.

Fonte: www.ip.gov.py

Oltre al fenomeno dell’alta corruzione interna – Transparency International colloca il paese al 137° posto su 180 paesi censiti per corruzione percepita- l’opacità delle istituzioni specialmente nella zona franca costituita dalla Triplice Frontera dove si è insediata una numerosa comunità libanese ha alimentato da tempo negli ambienti statunitensi i timori del terrorismo internazionale. Washington ha così di recente applicato una serie di sanzioni contro membri autorevoli della politica locale, come l’ex-presidente Horacio Cartes e il vice-presidente Hugo Vélazquez addirittura sospettato di intrattenere contatti con gli Hebzbollah libanesi. Già procuratore di Ciudad del Este, centro nevralgico dei traffici illeciti in America latina, quest’ultimo ha più  volte visitato il Libano come presidente della Camera dei Deputati e si è apparentemente incontrato pubblicamente con alcuni leader e finanziatori del partito Hebzbollah. Da qui i forti sospetti americani di una sua prossimità agli ambienti del terrorismo.

Ancora è interessante la posizione internazionale del Paraguay. In un sub-continente che si distingue per gli elevati investimenti della Repubblica Popolare Cinese il Paraguay costituisce l’unico paese sudamericano -e uno dei solo tredici paesi al mondo- che riconoscono non la Repubblica Popolare Cinese ma la Repubblica della Cina Nazionale cioè Taiwan. Questa opzione riceve ogni comprensione dal governo di Washington, preoccupato della penetrazione cinese sul continente americano, ma diventa sempre più anacronistica rispetto agli interessi del Mercato Comune Sudamericano sempre più aperto agli scambi con la Cina continentale. In questo senso la elezione di Santiago Peña Palacios, un economista già allievo della Columbia University, fa ragionevolmente ritenere che non vi saranno modifiche nella posizione internazionale del paese, come invece aveva auspicato il leader della opposizione Efrain Alegre. In questo senso dopo la mancata rielezione di Bolsonaro in Brasile, la elezione di Santiago Peña Palacios in Paraguay appare per Washington una buona notizia, nell’ambito del tête-à-tête mondiale sino-americano che si vuole ad ogni costo ritenere inevitabile. Questo, come scriverebbe ancora oggi Antonio Lobos Antunes, In culo al mondo e al suo interesse per una prosperità invece pacificamente ripartita.

Carlo degli Abbati

Encadré  Il Paraguay con 6.703.799 (2021) di ab. su una superficie di 406.752 km2 presenta una bassa intensità abitativa di soli 16,5 ab./km2., ma la maggior parte della popolazione vive nei quattordici dipartimenti della piu’ ricca regione orientale disposta fra i corsi del río Paraguay e del río Paraná . Nel Chaco Boreal, su circa la metà del territorio, l’impervia ma fascinante regione pre-andina occidentale divisa in soli tre dipartimenti (Alto Paraguay, Boquerón, Presidente Hayes) vivono solo duecentomila dei quasi sette milioni di abitanti. Il paese ha conosciuto dal 2015 una regressione costante del suo Indice di sviluppo umano.  Oggi il paese si colloca ancora comunque nel gruppo di paesi ad Alto Sviluppo Umano (HHDI) e si trova al 105° posto sui 191 paesi censiti dal PNUD con un valore di 0,717. Presenta un PIL di 40,714 Miliardi di USD (2021) e un PIL pro-capite annuo che è passato dai 12.402 USD del 2018 ai 12.349 (in PPA 2017) del 2021, che sono in effettivo meno di 6.000 USD. Le attività principali sono i servizi (61%) e il settore secondario (18 %). L’agricoltura assorbe ancora il 21% della popolazione. Mentre le risorse minerarie sono limitate, la produzione idroelettrica è notevole grazie alle dighe di Itaipú e di Yaciretá e alla centrale sul fiume Acaray. L’ aspettativa di vita alla nascita, sottolineamo in discesa costante dal 2004,  è in media di 70,3 anni, 67,4  per gli uomini e 73,4 per le donne, la fecondità è di 2,4 (2020) e la mortalità infantile è di 17,2 per mille. La scolarità effettiva è in media di 8,9 anni senza differenze sostanziali di genere. E’ interessante notare culturalmente che con una popolazione composta all’86% di meticci, al 9,3 % di bianchi, all’ 1,8% di amerindi e all’1% di neri, il Paraguay conta due lingue ufficiali, lo spagnolo e il guaraní. Si tratta di una lingua storicamente preservata in ragione della forte presenza nel paese dei gesuiti a partire dal 1609. Animati dall’ambizioso progetto di estendere il Paraguay sino al Mar delle Antille attraverso il Chaco e la foresta amazzonica avevano fondato nel paese delle missioni, dette reducciones, dove gli indigeni guaraní avevano potuto preservare i propri costumi e la propria lingua. Fallito l’ambizioso progetto, il Paraguay è rimasto un paese enclavé e il commercio via mare del paese passa principalmente per i porti cileni di Iquique e Antofagasta, la regione marittima perduta dalla Bolivia nel 1883 dopo la sfortunata Guerra del Pacifico contro Cile e Perù. Quella città di Antofagasta, il ricco scalo cileno, che per i marittimi genovesi è sempre stato il luogo del “gasta, gasta”.

*Carlo degli Abbati insegna Diritto dell’Unione Europea al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento è stato funzionario responsabile del controllo della cooperazione europea allo sviluppo presso la Corte dei Conti Europea a Lussemburgo.

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