Mettere a confronto due fotografe del calibro di Margaret Bourke-White e Inge Morath significa dar vita ad uno scontro fra Titani. Questo è quanto emerge dalle due mostre in corso a Milano: Prima, donna Margaret Bourke-White (a Palazzo Reale, fino al 14.02.2021) eInge Morath La vita. La fotografia” (ai Chiostri di Sant’Eustorgio, fino al 1.11.2020).

Due fotografe che hanno avuto dei punti in comune nonostante, ovviamente, stili differenti. Entrambe colte – la Morath conosceva e parlava sette lingue -, giornaliste, oltre che fotografe: questo significava saper mettere per iscritto un’immagine, ossia, fermare le emozioni. La Bourke- White è stata la fotografa di punta di “Life”: sua è la foto di copertina del primo numero; mentre la Morath è stata la prima donna- fotografa e membro associato della Magnum.

Entrambe hanno avuto una vita intensa, che le ha portate sui principali scenari del mondo: si sono trovate in Russia, in Iran, in Spagna, in India, in Africa: ovunque accadesse qualcosa di importante e di storico da documentare. 

L’elemento umano è stato fondamentale per entrambe, sia che immortalassero gente comune, sia personaggi famosi: l’attenzione era la stessa.

 

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La Bourke-White è stata una vera pioniera della fotografia, raffinata e con uno smisurato talento: nel campo della fotografia industriale il suo obiettivo si è focalizzato sulle fonderie; nel campo della fotografia aerea , ha realizzato spettacolari foto di città – New York, per fare un esempio – o di campi arati che sembravano, visti dall’alto, perfette geometrie cosmiche, o di un’umanità microscopica vista dal cielo, come nella foto della donna riversa sulla spiaggia: come una forza centripeta, la gente si concentra su di lei, che diventa il punto focale della foto; in guerra, per testimoniare – prima donna in assoluto – gli orrori, ma anche la “quotidianità” dei soldati o la liberazione dei prigionieri ebrei del campo di concentramento di Buchenwald e la Russia di Stalin (di cui riesce  a fare uno splendido , intenso ritratto); in India, dove ha conosciuto il Mahatma Gandhi e lo ha ritratto poco prima della morte; fra i minatori in Sud Africa o per testimoniare la segregazione razziale. Testimone, anche, della sua battaglia contro il Parkinson che non ha vinto, ma a cui ha tenuto testa egregiamente.

 

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La Morath, ha lavorato con il fotografo Ernst Haas, scrivendo un reportage sui prigionieri austriaci che che erano tornati dai campi di prigionia russi. Questo articolo viene proposto anche alla rivista Life e Robert Capa ne rimane colpito e li invita a Parigi, alla sede della Magnum. Da qui è cominciata la sua ascesa. Quando viene mandata da sola a Venezia per fare un reportage, capisce che quella è la sua vocazione. Si affianca ad Henri Cartier-Bresson, che le insegna i segreti del mestiere. Inge li sviluppa e li fa suoi. La sua carriera esplode e viene mandata in Europa e nel mondo: fa servizi in Spagna, in Irlanda , a Parigi e, perfino, in Iran.

Ed ecco le loro fotografie, tutte rigorosamente in bianco e nero (solo le ultime foto della Bourke-White sono a colori).

Riguardo alla Bourke-White si passa dalla modernissima foto industriale dei rocchetti di nylon che sembrano quasi “danzare insieme”, alla foto d’insieme vista dall’alto di uomini col cappello, pedine nel grande gioco della vita; alla foto della Grande Depressione, dove i bambini ritratti esprimono la dolcezza e la protezione delle sorelle o dei fratelli più grandi nei confronti dei più piccoli, alla famosa foto del Mahatma, assorto nella lettura e nella preghiera , con a fianco l’arcolaio, che trasmette tutta l’intensità e la grandezza della sua persona; ai prigionieri ebrei di Buchenwald, ripresi nella loro camerata: sguardi sbigottiti, disperati, increduli alla vista della libertà nuovamente acquisita; al reportage in Sud Africa, dove i minatori in sciopero seduti sui parapetti del complesso minatorio ricorda l’altra famosa foto (non sua) degli operai in pausa su un grattacielo di Manhattan.

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Prima donna fotografa  di guerra la Bourke-White non si è risparmiata: è andata in prima linea, seguendo col suo obiettivo la Seconda Guerra Mondiale per conto di “Life”. Inghilterra, Nord Africa, Italia e Germania sono state le nazioni nelle quali si è recata.

Molto belle e suggestive le foto scattate sul fronte italiano a Napoli e a Cassino, dove alterna le immagini di guerra a quelle della vita comune.

Nelle foto della Morath, le persone sono sempre ritratte in modo magistrale, sia nella quotidianità che nelle pose. E’ la loro umanità a prevalere: come nelle bambine che lavano i panni, ma sembra che giochino, sorridenti e divertite; oppure, nello splendido e altero ritratto dell’aristocratica Eveleigh Nash, ripresa dopo svariati appostamenti; o nella mamma che pettina amorevolmente la figlia giovanissima per il matrimonio; o, ancora, nell’ariosa danza dei beduini, dove i capelli al vento delle ragazze danno un gioioso senso di libertà; o nel ritratto di profilo della ballerina Vera Zarina che, in auto, guarda pensierosa fuori dal finestrino; o nel gesto tenero della nonna china sul nipotino nella carrozzina; o nei volti tra il serio e il faceto delle signore che si mettono la crema in un centro di bellezza; infine, nei cammei dei ritratti dei personaggi famosi, come la splendida Marilyn Monroe, fotografata sul set del film “Gli spostati”, in un momento di pausa, assorta sotto un albero: bellezza naturale in mezzo alla natura; o il profilo elegante di Audrey Hepburn, o il ritratto “casalingo” del marito Arthur Miller.

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La Morath visita molti Paesi, anche nei loro momenti critici, come la Spagna di Franco; la Romania durante gli anni della Guerra Fredda e la Russia, dove intervista gli intellettuali oppressi dal regime, mettendo sempre l’elemento umano al centro dello scatto.

Anche New York viene immortalata dalla sua macchina da presa, grazie ad un fotoreportage realizzato per la Magnum. Celeberrima è la foto del lama che sbuca, con aria divertita e sorniona, dal finestrino di un’auto in una strada del centro.

Da ultimo, bisogna ricordare che la Morath ha collaborato anche con il disegnatore Saul Steinberg, famoso per aver realizzato una serie di maschere. La Morath ha fatto indossare le maschere ad alcune persone e le ha fotografate: sembra che ricordino il pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”.

Due fotografe appassionate, quindi, che hanno rappresentato un modo nuovo di fare fotografia, lasciando un’impronta femminile nell’universo dell’immagine.

Anna Violante

 

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