Enrico Fink porta la tradizione klezmer in Lussemburgo

Enrico Fink, fiorentino, è uno dei massimi esponenti europei della musica “klezmer” *e  fondatore dell’O.M.A., l’Orchestra Multietnica di Arezzo. Un artista a tutto tondo capace di mescolare diverse esperienze sonore. In concerto all’Inoui di Redange il 31 marzo, 1 e 2 aprile 2011 con i musicisti Massimo Greco, Riccardo Battisti, Massimiliano Dragoni (info: www.inoui.lu)

La musica world  e in particolare quella klezmer non é soltanto musica ma viaggio, cultura, tradizione, insegnamento. Cosa vorresti che gli ascoltatori traessero dalla tua opera?

Ho sempre pensato al mio lavoro come a un raccontare storie: un po’ perché lo faccio spesso davvero – il mio primo disco, “Lokshen”, così come il mio ultimissimo, “La mamma, l’angelo e la ciambella” , sono racconti, storie in cui il narrare si svolge fra musica, canto e parole. Ma in generale, credo che da ogni espressione musicale sia inscindibile un elemento di narrazione: tanto più quando è musica che parla di un mondo o di una cultura lontana. Il klezmer, a partire da una quindicina di anni fa, è diventato in Europa sinonimo di incontro: un po’ come in quella paradigmatica scena di “Train de Vie” in cui ebrei e rom suonano insieme. Certo, questa percezione ha portato a volte a semplificazioni, o ad approcci musicali in certi casi discutibili e – come dire? – poco informati. Ma è un fatto che la musica ebraica in generale, anche uscendo dallo stretto ambito del klezmer, porta con sé i caratteri dell’esilio, dell’incontro con culture diverse, della costruzione di un’identità attraverso una mescolanza, un meticciato che riesce a convivere a stretto contatto con l’amore e l’orgoglio per la propria tradizione. Porta con sé i caratteri della storia e della cultura ebraica, che per millenni ha attraversato l’occidente, trasformandosi ma restando in qualche modo se stessa. Io nel mio piccolo cerco di raccontare il mio amore per questo mondo e questa cultura, e di “raccontare”: prima ancora che un mondo, il desiderio di indagarlo e riscoprirlo passo dopo passo.

Moni Ovadia, che é stato anche qui in Lussemburgo, ti considera il suo erede naturale. Quanto ti ha ispirato, questo grande maestro, nel tuo cammino?

Moni è stato determinante nel mio percorso: non solo perché, come tanti della mia generazione, ho cominciato ad avvicinarmi al mondo dello yiddish ascoltando i suoi dischi. Moni ha segnato una strada a cavallo fra teatro e musica, che ho avuto la fortuna di poter osservare e studiare dall’interno, condividendo lo stesso palco.

Musicalmente visiti regolarmente diversi territori, tra cui il jazz, l’art rock. Quali sono i dischi che ti hanno formato?

Da bambino non avevo alcuna idea che esistesse altra musica al di fuori della classica, che si ascoltava piuttosto di continuo a casa. Poi, a 12 anni, mi regalarono una cassetta (pirata!) dei Beatles, la raccolta rossa, il disco doppio “62-66”; e per un anno non ascoltai altro. A 13 anni un’amica mi consigliò di comprare  Nursery Crime, dei Genesis. Ricordo ancora il pomeriggio in cui lo ascoltai. Dopo l’ascolto di “Harold the Barrel” la mia vita non fu più la stessa. Credo che la scelta di fare musica nella mia vita sia stata fatta, inconsapevolmente, in quel pomeriggio lontano. Cosa mi sia portato dietro di questa passione profonda nella musica che faccio oggi, non so: forse un gusto per il romanticismo musicale che non mi abbandona…Parlando di musica ebraica, avendo già citato Moni, mi permetto fare riferimento anche ai Brave Old World, band americana di punta del klezmer e yiddish revival.

Sei direttore dell’Orchestra Multietnica d’Arezzo, della quale sei anche il fondatore. Cosa rappresenta la musica nell’unione di culture diverse?

Nel corso degli anni ho cambiato più volte opinione su questo argomento. Ho un passato di attivista politico, che mi ha portato a partecipare a ogni iniziativa musicale che avesse a che fare con i temi dell’integrazione, della multiculturalità, della pace. Ma ammetto di averlo fatto spesso con una sensazione di totale inutilità, peggio, col senso di stare facendo qualcosa buono solo per pacificare le coscienze: di stare assecondando le mie buone intenzioni, il desiderio di impegnarsi, senza in realtà fare alcunché di concreto. L’esperienza con l’O.M.A. ha rappresentato qualcosa di fondamentalmente diverso. Nata come un laboratorio di world music per giovani musicisti dell’aretino, si è gradualmente trasformata in uno spazio di incontro, dove si fa musica ma ancora prima si costruisce rapporto, si fa cultura nel senso più ampio. Ne  risulta un’orchestra fatta di aretini: qualcuno aretino da sempre, qualcun altro da un paio di generazioni, qualcuno da ieri. Niente di più, niente di complesso o di ambizioso: solo uno spazio aperto.

Oltre a essere un prezioso musicista sei anche un ottimo attore di teatro. Oltre alla passione cosa nutre il tuo grande impegno artistico?

Non posso fare a meno di cavalcare una qualche linea di confine che non mi fa sentire a casa nel ruolo di musicista, attore o autore, ma solo in una qualche mescolanza, fatta di queste tre cose ma anche d’altro. Forse il tutto deriva dal non aver avuto una formazione tradizionale e mirata in campo artistico: sono cresciuto convinto di fare altro, di volermi dedicare alla scienza e alla ricerca. Ma mentre seguivo quella strada mi sono reso conto di non poter rinunciare a perseguire con determinazione un percorso musicale, teatrale, di cantastorie.

* (klezmer) La musica Klezmer è la musica tradizionale ebraica. Letteralmente è la fusione delle due parole “kley” e “zemer” che significano strumento di canto e strumento musicale. E’ diffusa soprattutto nell’area balcanica ed é suonata in tutti i momenti della quotidianità ebraica in particolare nelle funzioni religiose.(pt)

PaoloTravelli

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