Il coreografo italiano Roberto Scafati ha portato in scena, ieri, al Theater di Trier la sua Divina Commedia
Nel panorama contemporaneo delle arti performative, la rilettura dei grandi classici attraverso il linguaggio del corpo rappresenta una delle sfide più affascinanti. Dal meraviglioso Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan, capolavoro del balletto moderno, creato nel 1965 per il Royal Ballet, all’affascinante storia di Anna Karenina messa in scena nel 1972 al Teatro Bolshoi con Maya Plisetskaya fino ad arrivare alla versione di John Neumeier del 2017. In questo contesto che si inserisce il balletto La Divina Commedia – Die göttliche Komödie, portato in scena al Theater Trier dal coreografo Roberto Scafati, che trasforma il capolavoro di Dante Alighieri in un’esperienza visiva e sensoriale di grande impatto.

Roberto Scafati è oggi considerato uno dei coreografi italiani più attivi nel panorama europeo, soprattutto in Germania, dove ha costruito gran parte della sua carriera. La sua capacità di reinterpretare opere classiche — come la Divina Commedia — in chiave contemporanea lo rende una figura centrale nel dialogo tra tradizione e innovazione nella danza. Scafati nasce a Roma e si forma inizialmente in Italia, studiando danza presso scuole prestigiose della capitale. Successivamente si perfeziona in Francia, alla rinomata scuola di Rosella Hightower a Cannes, una delle accademie più importanti per la danza classica e contemporanea. Fin dagli inizi, la sua formazione è quindi internazionale, elemento che influenzerà profondamente il suo stile coreografico. Nel corso della sua carriera ha lavorato non solo nel balletto, ma anche in musical, opera e teatro, dimostrando grande versatilità artistica. Dopo la sua esperienza come direttore artistico del Teatro di Ulm, dal 2018/2019 è direttore artistico e coreografo del Teatro di Trier.

La Divina Commedia, scritta all’inizio del XIV secolo, è considerata uno dei pilastri della letteratura mondiale. Racconta il viaggio ultraterreno di Dante attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso, guidato prima da Virgilio e poi da Beatrice. Nel balletto di Scafati, questa narrazione non viene semplicemente illustrata, ma reinterpretata in chiave contemporanea, dando vita a una riflessione attuale sul senso dell’esistenza e sulla condizione umana. Lo spettacolo si apre con un’immagine iconica: Dante smarrito in una “selva oscura”, simbolo di crisi personale e disorientamento. Da qui prende avvio un percorso che lo conduce attraverso i nove cerchi infernali, il monte del Purgatorio e le sfere celesti del Paradiso, alla ricerca di redenzione e significato. Attraverso due strutture mobili che rappresentano i gironi e che donano alla rappresentazione quella vorticosità che era propria dei dannati, Scafati riesce da subito a farci immergere nell’universo dantesco: la danza di Dante e Virgilio, interpretati dai talentuosi italiani Giorgio Strano e Francesco Cuoccio è intensa e dinamica, avvolgente quella di Paolo e Francesca (Francisco Camarneiro e Sofia Emanuela Cappelli) attraverso gesti spezzati e tensioni fisiche.

Le luci, curate da Sascha Zauner, mettono in risalto i corpi stretti nella loro tensione di dannati. Lo spettacolo si distingue anche per l’apparato scenico e musicale.
La composizione di Gabriele Basilico accompagna la coreografia con sonorità moderne, contribuendo a creare un’atmosfera immersiva. Il contrabasso suonato in scena sembra quasi sospendere l’azione per leggerla nella sua interiorità più profonda. Le scenografie e i costumi, firmati rispettivamente da Yoko Seyama e Rosana Ana Chanzá Hernandez, rafforzano il contrasto tra i diversi regni ultraterreni, alternando oscurità e luce, caos e armonia. L’arrivo nel Purgatorio segna una progressiva armonizzazione dei movimenti: il gesto sofferto lascia spazio ad un movimento più armonioso fino al Paradiso nella sua dimensione più eterea e fluida dove Dante e Beatrice (Morgan Perez)giocano con i loro sguardi, la morbidezza delle loro linee in un rincorrersi continuo senza mai toccarsi.
Tutta la compagnia del Theater di Trier rivela una piena maturità nell’esplorazione del movimento, il gesto si fa maturo, come se il corpo custodisse una lunga memoria. In un’ora e venti minuti il pubblico (sold out) di Trier ha sofferto e gioito immedesimandosi in Dante perché Scafati non si limita a raccontare la sua storia, ma la utilizza come metafora dell’esperienza umana: smarrimento, ricerca, trasformazione. In questo senso, il balletto diventa un ponte tra passato e presente, tra letteratura e danza, tra parola e corpo, offrendo al pubblico non solo un’esperienza estetica, ma anche una profonda occasione di riflessione. Da non perdere la prossima rappresentazione il 24 maggio, per maggiori informazioni https://theater-trier.de/start/index.html
