Il panorama musicale contemporaneo è sempre più caratterizzato da formazioni capaci di abbattere le barriere geografiche, e i 1VERSE ne sono l’esempio più vivido. Con una formazione composta da Seok, Nathan, Kenny e Aito, il gruppo rappresenta un mosaico culturale unico: dalle radici nordcoreane di Seok alle influenze americane di Nathan e Kenny (di origini laotiano-thailandesi e cinesi), fino al talento coreano-giapponese del maknae (persona iù giovane del gruppo, ndr) Aito

Il loro primo tour europeo ha segnato un momento di svolta, un viaggio frenetico e vibrante che ha toccato le principali capitali della cultura: dalla creatività di Parigi all’energia cosmopolita di Milano, fino ad approdare a Berlino. È proprio nella capitale tedesca, tra le atmosfere post-industriali e il fermento artistico della città, che abbiamo avuto il piacere di incontrarli per una conversazione profonda e senza filtri.

In questa intervista per PassaParola, esploriamo la loro visione distintiva: un collettivo dove le singole “strofe” individuali si fondono per dare vita a una melodia comune, scardinando gli standard imposti e celebrando l’autenticità del linguaggio universale.

I vostri background abbracciano continenti e tradizioni diverse: come riuscite a preservare la vostra individualità pur formando una forte identità collettiva?

Ci vediamo come una squadra in campo: servono guaritori, attaccanti e difensori. Ognuno ha un ruolo e uno scopo distintivo che rende il team funzionale. Ci concentriamo semplicemente sull’essere noi stessi, il che crea naturalmente una miscela. Facciamo affidamento l’uno sull’altro perché le nostre canzoni sono costruite con parti specifiche per persone specifiche; se ne manca una, si crea un vuoto. Non promuoviamo mai qualcosa che appartenga esclusivamente all’identità di un singolo: ogni brano coinvolge le storie di tutti noi.

In che modo le vostre storie personali plasmano i messaggi che scegliete di esprimere attraverso la musica?

In canzoni come Multiverse, Shattered e Love It, cerchiamo i punti in comune nelle nostre esperienze individuali e li intrecciamo nel messaggio. Proviamo a condividere le versioni “future” e “passate” di noi stessi. A volte non si tratta di una storia specifica ma di una sensazione — come nel ritornello “Perso nella sensazione, cielo senza soffitto”. Trasformiamo in narrazione le emozioni specifiche che abbiamo vissuto.

Che ruolo giocano le lingue nella vostra espressione artistica, in particolare nel bilanciare coreano, inglese e altre influenze?

Onestamente, la lingua che padroneggiamo meglio al momento è il linguaggio del corpo! Comunichiamo meglio così, oltre a un mix di inglese e coreano “masticato”. Tuttavia, ci siamo resi conto che la lingua non è così importante come pensavamo. Il nostro legame riguarda la sensazione che trasmettiamo l’un l’altro. La vera difficoltà non è la lingua, ma comprendere i diversi background e l’educazione di ciascuno.

Come affrontate la scrittura dei brani o la performance quando si tratta di condividere la vostra vulnerabilità con il pubblico?

Nella scrittura è una cosa meravigliosa perché metti una parte di te stesso su carta; più sei “vero”, più forte è la connessione con il pubblico. Nella performance, l’obiettivo è essere presenti. Il nostro coach ci dice sempre che il “feeling” è la cosa più importante. Se il pubblico se ne va provando qualcosa, non importerà se hai commesso un piccolo errore; si concentreranno sull’esperienza vissuta.

Quali sono gli elementi culturali che sperate i fan globali possano comprendere meglio attraverso la vostra musica?

Speriamo che colgano la nostra autenticità. A livello globale, c’è così tanta pressione sociale per soddisfare certi standard, il che fa sentire le persone “da meno”. Il nostro messaggio è: al diavolo gli standard. Seguire un modello precostituito ti rende solo meno unico. Vogliamo che i fan si sentano a proprio agio nell’essere esattamente chi sono — se resti fedele a te stesso, le persone che ti amano finiranno per trovarti.

Foto e testo : Elisa Cutullè

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