Ovvero, quando il pubblico non può applaudire da solo

C’è una prima volta per tutto. Dopo anni trascorsi in sala stampa, ad assistere alle prove, a respirare il Festival di Sanremo da dietro le quinte o dai maxischermi, stavolta avevo un biglietto in tasca. Galleria. Settantaseiesima edizione. Prima serata. Teatro Ariston gremito in ogni ordine di posti.

Ero lì con un doppio ruolo: spettatrice, sì, ma anche giurata. La prima serata del Festival è quella in cui vota la giuria della sala stampa, e dunque avevo tutto l’interesse — e la responsabilità — di ascoltare con attenzione ogni esibizione, di valutare, di farmi un’opinione libera e consapevole su ciascun artista. Un’emozione carica di aspettativa. Eppure, quasi subito, qualcosa ha cominciato a stonare… e la “stecca” non veniva dal palco.

Prima ancora che la kermesse prendesse il via, in galleria si è presentato un uomo. Si è qualificato, ha spiegato il suo ruolo: era lì per “animare” il pubblico. Guidare gli applausi, orchestrare i cori, sollecitare le ovazioni nei momenti giusti. Un animatore stile villaggio vacanze, un suggeritore di entusiasmo. Una claque, per usare il termine antico. All’inizio poteva sembrare una trovata innocua, quasi folkloristica. Ma con il passare dei minuti, e delle canzoni, la sua presenza si è rivelata quello che era: ingombrante. Invadente. Per tratti, troppi, addirittura insopportabile.

Perché “lui” non si limitava a far battere le mani nei silenzi. Interveniva durante le esibizioni. La sua voce, i suoi incitamenti, i suoi “dai, dai, dai!” coprivano — letteralmente coprivano — la voce dei cantanti. Chi era lì per ascoltare e per lasciarsi prendere da una melodia, si trovava a combattere contro un rumore di fondo umano e organizzato.

Ma c’è qualcosa che va al di là del fastidio uditivo, e che merita di essere detto con chiarezza. Il pubblico dell’Ariston non è una comparsa. Non è una scenografia sonora da pilotare a distanza. È composto da persone che hanno acquistato un biglietto — e chiunque abbia mai provato a comprarne uno sa bene quanto costino — e che sono arrivate fin lì con la propria sensibilità, il proprio gusto, la propria capacità di emozionarsi. Mettere qualcuno in galleria con il compito di sollecitare la standing ovation, di far partire il coro al momento opportuno, significa inviare un messaggio implicito ma inequivocabile: “voi da soli non ce la fareste. Avete bisogno di una guida per sapere quando applaudire.” È una forma sottile, ma concreta, di sfiducia verso il pubblico. Una sfiducia che si trasforma in mancanza di rispetto.

Chi ama la musica lo sa: quando una canzone è bella davvero, quando un’interpretazione ti prende alla gola, non hai bisogno che nessuno ti dica cosa fare. Le mani si alzano da sole. Ci si alza in piedi perché non si riesce a stare seduti. Si grida perché il silenzio non basta. Quell’applauso spontaneo, quella reazione viscerale e non concordata, è la misura più autentica del valore di un’esibizione. È il verdetto del pubblico. È, in fondo, una delle poche cose che il Festival di Sanremo ancora ci consegna come momento genuinamente collettivo. Orchestrare tutto questo, trasformarlo in una performance della performance, non aggiunge calore. Lo svuota.

Settantasei edizioni. Il Festival è sopravvissuto a tutto: alle polemiche, ai cambi di conduzione, alle rivoluzioni musicali, ai social network che hanno stravolto il modo di viverlo. Sopravviverà anche a questo, probabilmente. Ma io non potevo sottolineare un disagio che ho recepito forte per tutta la serata. Baudo, in una lettera a Sanremo pubblicata su La Stampa pochi mesi prima di morire, scrisse che il Festival “è specchio della nostra società, ne riflette gioie e dolori”. Uno specchio autentico. Difficile non pensarci, guardando un uomo pagato per fare a pezzi quel riflesso. Il pubblico dell’Ariston – come qualsiasi altro pubblico del mondo – è capace di intendersi da solo. Basta dargliene la possibilità.

Gilda Luzzi

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