La nostra corrispondente Gilda Luzzi ci racconta la giornata di prove generali che apre ufficialmente il settantaseiesimo Festival della Canzone Italiana, in programma da martedì 24 a sabato 28 febbraio. Tra tormentoni annunciati e qualche sorpresa, a vincere è l’emozione autentica

Questo Festival posticipato ha avuto da subito un’aura poco luminosa. Nomi poco “big”, testi ripetitivi e senza contenuto. Questi erano i rumors che avevo raccolto e che mi sono portata dentro l’Ariston alle prove generali. Invece, lasciamo fare ai super-critici il loro lavoro, ma noi possiamo tranquillamente sostenere che il livello complessivo di questa edizione è abbastanza alto. C’è sostanza, non ovunque, certo, ma c’è. E questo conta. Non faccio pagelle ma voglio solo raccontare quello che di queste prove ho preferito.
Parto da Enrico Nigiotti che è stata probabilmente la sorpresa più inattesa della giornata. “Ogni volta che non so volare” non è una canzone che resta immediatamente. Non è il ritornello che tutti ricordano e cantano. E’ il brano che parla del tempo, del suo passare, del suo pesare con una profondità che spiazza e fa riflettere. Non me l’aspettavo e proprio per questo mi ha colpita.
Ermal Meta con “Stella stellina” porta sul palco un’atmosfera che non mente: le sonorità costruiscono intorno all’ascoltatore esattamente il mondo che il testo vuole raccontare. E quel testo racconta di una bambina palestinese di cui, a parte la sua vita stroncata dalla guerra, non sappiamo nulla, nemmeno il nome. È un’assenza che pesa più di una presenza. Un pezzo impegnato, rischioso, coraggioso. L’Ariston non è sempre il posto giusto per certe canzoni, ma certe canzoni hanno bisogno di esserci comunque.
Poi ci sono le voci che si esaltano a prescindere dal testo: Arisa ha una vocalità bellissima ma il pezzo è più da colonna sonora Disney che Sanremo nell’atmosfera, eppure quando lei apre la voce il teatro si ferma. Così come si ferma con Malika Ayane, che in “Animali notturni” dimostra ancora una volta di avere una delle voci più interessanti della musica italiana, peccato che il brano non sia all’altezza.

Ci sono quelli che non ti aspetti: Sal Da Vinci con “Per sempre” ha scaldato il teatro fino alla standing ovation. Ecco: una canzone nazionale e popolare, nel senso più diretto del termine, quella che fa cantare tutti, che unisce le generazioni, che non lascia nessuno fermo sulla sedia. Ma il testo è quello che è. Pochissima cosa. La standing ovation dice tutto sull’effetto che fa. Sarà il vero tormentone del Festival 2026. Meglio del previsto anche l’accoppiata stile cover Marco Masini con Fedez che con “Male necessario” esplorano il tema della crescita e del dolore tra ballad e rap autobiografico che valorizza molto di più il secondo.
E poi c’è lei, Serena Brancale con “Qui con me” è stata un’emozione grandissima. Una delle più grandi che abbia provato oggi.
Se dipendesse da me, sarebbe già la vincitrice di questo festival.
Non è un’iperbole, non è entusiasmo da post-concerto. È la sensazione fisica che certi brani lasciano addosso: quella di aver ascoltato qualcosa di necessario, qualcosa che non poteva non essere scritto e che non poteva non essere cantato da lei. “Qui con me” è una lettera alla madre, Maria De Filippis, musicista e insegnante italo-venezuelana scomparsa improvvisamente nel 2020. Sei anni per trovare le parole. Sei anni di elaborazione del lutto trasformati in un brano che non cerca scorciatoie, non cerca l’effetto facile, non cerca nemmeno di spiegare troppo.
Il testo è sublime. Ogni parola è al posto giusto come se non potesse stare altrove. C’è una canzone alla radio, due gocce d’acqua che non si perdono nel mare, uno specchio che restituisce qualcosa di più di un riflesso. E c’è il titolo – “Qui con me” – che è la risposta più semplice e più impossibile che si possa dare alla perdita: la certezza, senza prove, che chi hai amato non sia davvero andato via del tutto.
Sul palco, Serena è rimasta immobile. Capelli castani, un’asta del microfono davanti. Niente coreografie, niente distrazione visiva. Solo la voce che si avvicina alla canzone. Ha detto lei stessa: “Voglio che sia la voce ad avvicinarsi al microfono, non il contrario.” Una scelta che vale quanto un manifesto.
Il Premio Lunezia già conquistato prima dell’inizio del Festival non è un dettaglio: riconosce nei testi un valore letterario che va oltre la canzonetta. E “Qui con me” ha esattamente quel tipo di valore. I bookmaker la danno tra le favorite, ma certe canzoni non hanno bisogno dei bookmaker per dirci chi sono.
Gilda Luzzi
