La prima giudice donna italiana alla Corte di giustizia dell’Ue ha risposto alle nostre domande, parlando di leggi, diritti, pari opportunità.
E ci dice: «Questa nomina è il coronamento di una carriera di studio, insegnamento e divulgazione»

Dal 2018, succedendo al giudice Tizzano, lei è la prima giudice donna italiana alla Corte di giustizia dell’Ue. Che significato ha avuto per Lei, dal punto di vista professionale, aver raggiunto questa posizione e che ricordo ha dell’udienza solenne dell’8 ottobre 2018?
Questa nomina è il coronamento di una carriera dedicata allo studio, all’insegnamento e alla divulgazione dei vari aspetti del diritto dell’Unione europea. Su questi temi ho fatto ricerca, scrivendo, fra libri e articoli, più di 150 pubblicazioni scientifiche, e ho insegnato, non solo all’Università di Bologna, ma anche, come visiting professor, nelle più prestigiose università europee ed anche in alcune extraeuropee. Tutto quello che ho fatto prima di venire qui mi è estremamente utile nel mio nuovo lavoro: aver studiato e commentato per tanti anni le sentenze della Corte di giustizia mi aiuta oggi a scriverle e a risolvere i problemi giuridici sottostanti, inquadrandoli alla luce del sistema complessivo dell’Unione europea. Essendo un’europeista convinta, ho sempre fatto il mio lavoro, prima accademico e poi giurisdizionale, con grande passione ed entusiasmo. E, proprio per il grande significato che questo lavoro ha per me e per la grande responsabilità che comporta, all’udienza ero emozionata, tanto che ho dovuto leggere il testo del giuramento, che pure era ben facile da recitare a memoria.

Alla luce della sua esperienza lavorativa, il tribunale può essere, come sostiene la giudice Paola Di Nicola, un luogo in cui si perpetuano pregiudizi e stereotipi nei confronti delle donne?

Per quanto riguarda la Corte di giustizia, posso escludere che all’interno vi siano pregiudizi e stereo-tipi contro le donne. Il problema piuttosto è che i governi degli Stati membri ancora designano poche donne per i posti alla Corte come avvocato generale e giudice. Con la mia designazione, l’Italia ha dato un segnale importante. Ovviamente gli Stati membri devono guardare i curricula e le competenze, perché questo non è un lavoro che si può improvvisare sulla base di limitate conoscenze della materia, oltre che della lingua di lavoro (il francese), anche perché poi vi è il rischio che, come sta succedendo sempre più spesso, i candidati proposti dai governi non passino l’esame del Comitato stabilito dal trattato.

Secondo lei, per le donne, competenze e talento sono sempre sufficienti per raggiungere i vertici di un’organizzazione?

Beh, direi proprio di no, anche se le cose sono migliorate rispetto ai tempi delle nostre madri. Oggi forse la scommessa non è più quella di riuscire ad arrivare ai vertici, ma di riuscire a farlo conciliando lavoro e famiglia…. (Continua)

L’INTERVISTA COMPLETA E’ SUL NUMERO IN EDICOLA

(Paola Cairo, Paola Finotello, Maria Grazia Galati, Ornella Piccirillo)