Due opere dedicate all’Olocausto che parlano di disperazione, ma anche di fede e di speranza. Le abbiamo viste (e commentate) per voi
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Il 27 gennaio ricorre la “Giornata della Memoria”. Due spettacoli l’hanno fatta rivivere: “Le Signore dell’Orchestra” e “La promessa”. Il primo è stato rappresentato al PIME e il secondo, invece, al Centro Asteria nell’ambito del Festival della Letteratura per la regia di .
La sofferenza e il riscatto sono visti e vissuti in maniera diversa perché basati su differenti punti di vista, oltre che da donne e da un uomo.
Il primo è tratto dal libro di Fania Goldstein, in arte Fénelon, una testimone dell’ Olocausto. La donna racconta in prima persona delle 47 donne che formavano l’ Orchestra femminile di Auschwitz e di cui lei faceva parte. Queste donne dovevano suonare senza spartiti, a memoria, per gli ufficiali delle SS e per accompagnare gli ebrei e le ebree come loro nelle camere a gas o mentre lavoravano nei campi. Essere musiciste ha rappresentato il loro dramma e la loro salvezza. La musica che trascende e libera. Note struggenti che rievocano un vissuto di disperazione, ma con la speranza di tenere duro per sopravvivere e testimoniare un domani l’orrore di cui sono state protagoniste. Nell’assistere alla rappresentazione con l’ensemble delle Cameriste Ambrosiane (4 musiciste), il mezzosoprano Rachel O’ Brien e la voce narrante, l’attrice Silvia Giulia Mendola, tutte superbe, sembra di vivere, attraverso la musica, le giornate nel campo di concentramento. Donne “fortunate” perché sopravvissute grazie alla musica. Quando “Madama Butterfly” può salvarti la vita. 
“La promessa” narra di un anziano professore (Giuseppe Piersanti), ricoverato in una casa di riposo, che ha sempre negato alla nipote Lil di andare a trovarlo, perché non lo vedesse ridotto malamente. Invece, un giorno, decide di farla venire nella casa di riposo, perché la memoria comincia a vacillare e vuole che la nipote raccolga la sua testimonianza della vita che ha trascorso ad Auschwitz. Ed è un susseguirsi di incontri struggenti e bellissimi: il nonno tramanda la sua storia, il suo dolore e il suo riscatto alla nipote, che se ne sazia e li accoglie a piene mani.
Il professore, talvolta, fa dei paragoni tra la casa di riposo e il lager. Non sa se è qui o là, perché si sente “prigioniero”: anche qui come ad Auschwitz si muore spesso e non si viene molto considerati. Anzi: sembra di essere un numero, come quello che ha tatuato sul braccio.
Alla nipote dice che Auschwitz non scompare mai, ma si nasconde soltanto e che ha perso una parte di sé che non tornerà più indietro. Nonostante questo, dice che è sempre stato un uomo anche nel lager e non c’è l’ha con Dio, anzi: Dio esiste perché vive nella sua memoria e, se smettesse di ricordare, Dio scomparirebbe. Il suo desiderio di raccontare è per testimoniare, per fare in modo che si riconosca il “mostro”. La forza delle sue convinzioni riesce a migliorare anche il medico che lo ha in cura, che è sempre stato molto duro con lui e che, così, torna ad essere più umano, sciogliendosi in un abbraccio. La scena è minimalista, in modo da far emergere le tre figure degli attori: Ilaria Nadine, Antonio Paiola e Aldo Stella,  veramente molto bravi. Due belle testimonianze: per non dimenticare.
 
Anna Violante

 

 

 

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