Emozionante senza disturbare. Impegnata senza esporre. Spettacolare senza rischiare. Ecco in sintesi la costruzione laboratoriale della terza serata del Festival che ha esattamente lo stesso mood delle precedenti: tutto calibrato, tutto terribilmente vuoto. Perfino l’esito della gara delle nuove proposte sembra essere lo specchio fedele di come funziona questo Festival: da una parte il pubblico, dall’altra i giornalisti ma tutti incredibilmente in equilibrio senza provocare scossoni. Nelle nuove proposte vince Nicolò Filippucci ma Angelica Bove si aggiudica i premi di entrambe le Sale Stampa
La gara dei big, la classifica finale, determinata da Televoto e Radio, ha premiato la vocalità esplicita (Arisa, Sal Da Vinci con standing ovation), l’energia emotiva (Brancale), il rap mainstream (Luchè) e la giovinezza emozionata (Sayf, commosso). Da segnalare che Sal Da Vinci con il suo pezzo neo-melodico è l’unico che riesce a trascinare il pubblico in maniera spontanea. Da tenere d’occhio per la finale.
Il momento-manifesto della serata merita analisi separata. Laura Pausini, di spalle alla platea, guarda un video di immagini di guerra proiettate sul led. Poi si gira, e con il Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna insieme al coro di Caivano — bambini vestiti di bianco, naturalmente — canta Heal the World di Michael Jackson. Sullo schermo campeggia la scritta Make Music Not War.
Prendiamoci un momento. Siamo di fronte a un’operazione di regia emotiva di altissima artigianalità: il video delle guerre (in bianco e nero, che fa più arte), la cantante che si volta come a dire “non posso più guardare”, i bambini-simbolo dell’innocenza, il brano più universalmente riconoscibile come inno alla pace della storia della musica pop. Ogni elemento è scelto per produrre una risposta emotiva precisa: stretta alla gola, lacrimuccia, silenzio e poi applauso liberatorio.
Il problema è che questa costruzione non comunica niente. Non nomina Gaza. Non nomina l’Ucraina. Non nomina nessun conflitto specifico, nessuna responsabilità, nessuna parte in causa. È la pace come oggetto decorativo: bella da guardare, impossibile da usare
È intrattenimento puro, e non sarebbe nemmeno un problema se non venisse spacciato per qualcosa di più. La presenza di Shayk non aggiunge niente alla serata sul piano culturale o artistico: serve a generare un tipo di attenzione specifica, quella che si produce quando una donna molto bella scende una scala davanti a milioni di spettatori. È lecito. È televisione. Ma chiamiamola con il suo nome: quota estetica, non co-conduzione.
Ubaldo Pantani nei panni di Lapo Elkann è oggettivamente bravo: da un punto di vista tecnico, l’imitazione funziona. Ma c’è qualcosa di interessante nella scelta del personaggio: Lapo Elkann è l’aristocratico bizzarro, il nobile decaduto e simpatico, la macchietta dell’alta società che ride di se stessa. È un bersaglio che non ha conseguenze. Colpirlo non offende nessuno, non tocca nessun nervo scoperto, non produce nessun disagio. Quando invece De Lucia/De Filippi butta lì il “falò di confronto tra Andrea Pucci ed Elly Schlein” — l’unica battuta della serata con un minimo di spine politiche — la risata è nervosa, quasi stupita. Come se il pubblico non fosse del tutto sicuro di avere il permesso di ridere di quella cosa lì.
Il duetto tra Eros Ramazzotti e Alicia Keys su L’Aurora è stato il momento televisivamente più riuscito della serata, e Eros che festeggia i quarant’anni dalla vittoria sanremese con Adesso Tu ha un suo peso sentimentale genuino. Ma anche qui vale la pena osservare il meccanismo: la nostalgia è l’emozione più sicura che esiste nell’intrattenimento di massa. Non richiede posizionamento, non divide, non provoca. Produce calore uniforme su tutto il pubblico. Funziona sempre, e non costa niente.
Ramazzotti, almeno, ha avuto l’onestà di dire dal palco che “sappiamo bene quello che sta succedendo nel mondo e speriamo che le cose cambino.” Una frase generica anche quella, ma detta con una certa gravità, senza bambini in bianco e senza ledwall. Poca cosa, ma in confronto al resto sembrava quasi un atto di coraggio.

Il momento dedicato a Mogol è stato forse il più onesto della serata: un gigante della canzone italiana, una carriera enorme, e Conti che gli consegna la targa della sua prima canzone depositata alla SIAE nel 1960. Mogol parla di Dormi amore, dedicata a sua moglie più giovane: “Ho scritto di cosa sarà la sua vita quando non sarò più nella mia vita, ma ci sopravviverà il nostro amore.” È una delle poche frasi della serata che conteneva qualcosa di vero, qualcosa di specifico, qualcosa che non poteva essere replicato come formato. Paradossalmente, il momento più autentico della serata era anche quello più distante dalla contemporaneità.
La terza serata di Sanremo 2026 è stata, come tutto questo Festival, un capolavoro di gestione del rischio. Ogni momento era pensato per produrre un effetto preciso senza mai mettere in discussione nulla, senza mai incrinare il patto di confort collettivo che è il vero prodotto che il festival vende ogni anno.
Gilda Luzzi
