Nella top five di televoto e radio si confermano solo Masini e Fedez insieme a Ermal Meta, Tommaso Paradiso, LDA e Akaseven e (a sorpresa) Nayt. Tra i giovani in finale Angelica Bove e Nicolò Filuppucci

La principale protagonista della seconda serata del Festival non è stata una cantante in gara, una co-conduttrice o un’ospite. La grande star di ieri sera era la “noia”. Ogni anno l’attesa, come lo spettacolo, cresce. Più ospiti, più co-conduttori, più momenti “memorabili”, più gag, più commozione, più standing ovation. Eppure, seduti sul divano – ma anche in Sala Stampa – a guardare la seconda serata di questo Sanremo 2026, ci si ritrova a fare altro. A controllare il telefono. A chiacchierare. A chiedersi a che ora finisce. La noia, quella strana creatura che non nasce dall’assenza di stimoli, ma paradossalmente dalla loro sovrabbondanza, regna sovrana.
La noia da Sanremo non è la noia di chi non ha niente da guardare. È la noia di chi ha visto tutto già troppe volte. Perché succede? Perché un Festival pensato per emozionare, costruito su decenni di storia e sentimento collettivo, riesce nell’impresa contraria di diventare qualcosa di banalmente comune, poco più poco meno, di un programma del sabato sera?
La risposta sta forse nell’eccesso di intenzione. Sanremo non lascia più niente al caso, e proprio per questo non lascia più niente all’immaginazione. Ogni lacrima è prevista, ogni standing ovation è architettata, ogni “momento storico” è già pronto per diventare clip sui social prima ancora di accadere. Quando tutto è costruito per sembrare straordinario, l’ordinario scompare e con esso, la possibilità di essere davvero sorpresi.
La noia nasce qui: nel momento in cui il meccanismo si vede. Quando capisci che la commozione ha una regia, che la spontaneità ha un copione, che – ma forse esagero – l’imprevisto era nei piani da settimane. Quella piccola crepa tra ciò che viene promesso e ciò che si sente davvero è il luogo esatto dove attecchisce la noia.
C’è qualcosa di malinconico in tutto questo. Sanremo è stato capace, in certi momenti della sua storia, di fermare il Paese. Di far parlare tutti della stessa cosa, della stessa canzone, dello stesso gesto inaspettato. Quella capacità non dipendeva dalla grandiosità della produzione. Dipendeva dall’imperfezione. Dipendeva dall’umano che sgusciava fuori nonostante tutto.
Oggi il Festival teme l’imperfezione più di ogni altra cosa. La lima, la leviga, la nasconde dietro luci sempre più sofisticate e scalette sempre più calibrate. E così facendo, paradossalmente, si consegna alla più noiosa delle condizioni: quella di essere prevedibile. Un Festival noioso non è un Festival brutto. È qualcosa di peggio. È un Festival irrilevante. Forse perché la noia, in questo caso, è anche una forma di appartenenza. Guardare il Festival anche quando ci annoia è un rito, una tradizione, il modo in cui diciamo a noi stessi che siamo ancora parte di qualcosa di condiviso. La noia di Sanremo è collettiva, e in quanto tale, stranamente confortante. Mal comune mezzo gaudio…
Ma prima o poi, anche la noia più affezionata si stanca. E allora il Festival dovrà scegliere: continuare ad essere uno spettacolo perfetto e dimenticabile, o rischiare qualcosa, sporcarsi le mani, lasciare che l’imprevisto entri. Solo lì, in quell’incrinatura, potrebbe tornare a emozionare davvero. Poi, magari stasera succede qualcosa di davvero inaspettato e tutto questo ragionamento sulla noia finisce nel cestino. Sarebbe, in fondo, la migliore delle notizie.
Gilda Luzzi
