{"id":25393,"date":"2023-11-24T08:26:00","date_gmt":"2023-11-24T07:26:00","guid":{"rendered":"https:\/\/passaparola.info\/web\/?p=25393"},"modified":"2024-05-30T00:06:38","modified_gmt":"2024-05-29T22:06:38","slug":"difendiamo-le-parole-10-dino-campana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/passaparola.info\/web\/2023\/11\/24\/difendiamo-le-parole-10-dino-campana\/","title":{"rendered":"Difendiamo le parole (10)"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Ogni settimana una poetessa, un poeta, un profilo, una citazione sul suo intendere il modo di costruire le parole, la sua poesia<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dino Campana<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img  loading=\"lazy\"  src=\"data:image\/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAAAEAAAABAQMAAAAl21bKAAAAA1BMVEUAAP+KeNJXAAAAAXRSTlMAQObYZgAAAAlwSFlzAAAOxAAADsQBlSsOGwAAAApJREFUCNdjYAAAAAIAAeIhvDMAAAAASUVORK5CYII=\"  alt=\"\"  class=\"wp-image-25397 pk-lazyload\"  width=\"343\"  height=\"343\"  data-pk-sizes=\"auto\"  data-ls-sizes=\"(max-width: 343px) 100vw, 343px\"  data-pk-src=\"https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/campana.jpg\"  data-pk-srcset=\"https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/campana.jpg 605w, https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/campana-300x300.jpg 300w, https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/campana-150x150.jpg 150w, https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/campana-80x80.jpg 80w\" ><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>\u00c8 Dino Campana, \u00e8 Genova, centodieci anni fa. Il poeta \u00e8 nato a Marradi nella Romagna toscana da Giovanni e da Francesca Luti, una madre con cui avr\u00e0 sempre un difficile rapporto, forse perch\u00e9 lo trascura per un altro figlio, Manlio. E\u2019 arrivato vagabondo di terra e di mare e amante di una bellezza pura che non trova in nessun luogo, sosta in piazza Sarzano, le dedica una poesia dei suoi \u201cCanti Orfici\u201d, ma ancora non si chiamano cos\u00ec, ancora sono soltanto manoscritto che aspira a diventare un libro. A scuola, Dino \u00e8 impulsivo, quasi brutale. Il padre, maestro elementare, divenuto poi direttore didattico, ha un fratello che i medici hanno dichiarato pazzo e teme che il figlio abbia ereditato la sua \u00abtara\u00bb (questa \u00e8 la parola).<\/p>\n\n\n\n<p>Finito il liceo, nel 1903, Dino Campana, che era nato nel 1885, si iscrive all\u2019Accademia militare di Modena. Per s\u00e9 vorrebbe una vita eroica. Legge Nietzsche: vorrebbe una vita nietzschiana. Dall\u2019Accademia viene cacciato quando non ha ancora compiuto il suo primo anno di studio, forse per un litigio, una baruffa notturna. Passa un mese in carcere, a Parma. Non sar\u00e0, come avrebbe voluto, ufficiale di carriera \u2013 in realt\u00e0 non passa l\u2019esame per il ruolo di sergente &#8211;&nbsp; ma legge, studia, scrive, si isola, vagabonda. Si iscrive all\u2019Universit\u00e0 di Bologna, facolt\u00e0 di Chimica, (ma perch\u00e9 chimica per un umanista come lui?) ma nella primavera del 1906 fugge da una vita che, in fondo, non vuole. Passa da un treno all\u2019altro: gira cos\u00ec la Svizzera, nascondendosi nella ritirata ogni volta che teme che lo scoprano. Non ha biglietto. Dalla Svizzera dove si fa anche arrestare a Basilea arriva a Parigi e, quando torna a Marradi, il padre lo fa internare. Scrive, il padre, al direttore del manicomio di Imola, che il figlio \u00abha la psiche esaltata, avvelenata, pervertita, non sente affetti e prende presto a noia luoghi e persone\u00bb. Dino passa due mesi in manicomio, dal 4 settembre al 31 ottobre, poi la famiglia decide di mandarlo via, lontano, il pi\u00f9 possibile lontano da casa. Nel 1907 lo zio Torquato lo accompagna a Genova \u2013 ed \u00e8 l\u00ec che Dino l\u2019incontra \u2013 da dove parte un bastimento per l\u2019Argentina. Nella Pampa far\u00e0 ogni genere di mestieri: il bracciante, il pompiere, il suonatore di triangolo in una banda. Nel maggio 1908 si imbarca come mozzo sulla nave Odessa, torna in Europa. Gira a piedi tra l\u2019Olanda, il Belgio e nuovamente Parigi, a piedi ritorna in Italia. Nel 1909 il padre lo riporta in manicomio, ma ne viene rilasciato: i medici dicono che non \u00e8 pazzo; non da ricovero, almeno. Seguono anni di studio intensissimo e, nel 1912, Dino Campana, con la sua \u00ablunga capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta [\u2026] due baffetti che s\u2019arrestavano all\u2019angolo delle labbra, e una barbetta economica\u00bb (Ravagli), \u00e8 di nuovo a Genova. Scrive i suoi \u201cCanti Orfici\u201d nel 1913, dopo un\u2019estate trascorsa a Genova, \u00absempre bestialmente perseguitato e insultato\u00bb (come disse di s\u00e9 in una lettera a Emilio Cecchi). Ai \u201cCanti\u201d assegna un\u2019importanza suprema: \u00abdovevano essere la giustificazione della mia vita\u00bb, ne scrive. A Firenze il manoscritto finisce nella redazione della rivista <em>Lacerba <\/em>di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, suo lontano parente.. Giovanni Papini li legge, loda il poeta, gli rende il manoscritto. Poi se lo fa ridare, promette che lo pubblicher\u00e0. Non lo pubblica, anzi lo perde..dice di averlo dato all\u2019\u201dinfame\u201d&nbsp; Soffici che nega di averlo ricevuto, anche se si sapr\u00e0&nbsp; sessant\u2019anni dopo che Soffici lo aveva ricevuto per davvero. Dino Campana si dispera, fa lavori occasionali, soffre il freddo e la fame, scrive e riscrive a Papini, \u00ab5 o 6 volte inutilmente\u00bb. Quindi decide di riscriverlo, a memoria, quel manoscritto perduto e giura di vendicarsi, se mai potr\u00e0. I \u201cCanti Orfici\u201d vedranno la luce a Marradi, nel luglio 1914, presso il tipografo Bruno Ravagli. Nel 1915 una recensione dei Canti a cura di Renato Fondi gli restituisce il \u201csenso della realt\u00e0\u201d. Riformato, non parte per la Grande Guerra e gira senza meta fissa fra Torino, Domodossola, Firenze. Cerca un lavoro, si avvicina a Emilio Cecchi, uno dei suoi pochi estimatori con Giovanni Boine e Francesco De Robertis. Segue l\u2019ingresso nella sua vita di Sibilla Aleramo che si dichiara \u201cincantata e abbagliata insieme\u201d dai suoi versi. Inizia fra i due una tumultuosa relazione che finisce due anni dopo non senza aver dato luogo ad un fitto carteggio amoroso che Feltrinelli pubblicher\u00e0 nel 2000. La fine della relazione scompensa ulteriormente l\u2019equilibrio psichico del poeta che deluso scrive: \u201d<em>Non ho pi\u00f9 lacrime. Perch\u00e9 togliermi anche l\u2019illusione che una volta tu mi abbia amato \u00e8 l\u2019ultimo male che mi puoi fare\u201d.<\/em> Considerato affetto da ebefrenia, una forma incurabile di psicosi schizofrenica, viene internato nel 1918 a Castel Pulci dove morir\u00e0 dopo 14 lunghi anni di degenza il 1\u00b0 marzo 1932 pochi giorni prima di essere dimesso. L\u2019ultimo atto di un destino avverso. Il primo originale manoscritto dei Canti Orfici, <em>Il pi\u00f9 lungo giorno<\/em>, verr\u00e0 ritrovato nel 1971 fra le carte di Ardengo Soffici nella casa di Poggio a Caiano. Ci si pu\u00f2 domandare come sarebbe stata la vita di Campana se ne avesse mantenuto una copia per s\u00e9 senza affidarsi all\u2019attenzione del noto poeta che evidentemente non lo aveva preso troppo sul serio. Mancando completamente \u2013 ma non \u00e8 un caso unico &#8211; alla responsabilit\u00e0 di un anziano nei confronti dell\u2019entusiasmo di un giovane autore.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel corso della sua vita a Genova nel 1913 il poeta era rimasto incantato da Piazza Sarzano.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Perch\u00e9 proprio quella piazza? <\/strong>Genova, che pure non \u00e8 una citt\u00e0 di piazze, ne ha tante. Ne ha di ampie, come piazza della Vittoria, di lastricate e monumentali, come piazza De Ferrari, di antiche, come piazza Banchi, e antichissime, come piazza San Matteo e piazza San Donato. Ne ha di tonde e aiolate, come piazza Corvetto e ce ne sono certe con bellissime fontane di marmo, come piazza Colombo e Campetto. Ma&nbsp;piazza Sarzano? Che ha piazza Sarzano, che pare una palpebra, con il mare di qua e il vicolame del centro storico e la via di Ravecca e il museo di Sant\u2019Agostino \u2013 non dentro l\u2019occhio, per\u00f2, ma fuori, sui margini\u2026.? Non della piazza, ma di tutto ci\u00f2 che l\u2019insidia e la nega: che ha?<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignright size-large\"><img  loading=\"lazy\"  width=\"468\"  height=\"468\"  src=\"data:image\/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAAAEAAAABAQMAAAAl21bKAAAAA1BMVEUAAP+KeNJXAAAAAXRSTlMAQObYZgAAAAlwSFlzAAAOxAAADsQBlSsOGwAAAApJREFUCNdjYAAAAAIAAeIhvDMAAAAASUVORK5CYII=\"  alt=\"\"  class=\"wp-image-25394 pk-lazyload\"  data-pk-sizes=\"auto\"  data-ls-sizes=\"(max-width: 468px) 100vw, 468px\"  data-pk-src=\"https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/piazza.jpg\"  data-pk-srcset=\"https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/piazza.jpg 468w, https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/piazza-300x300.jpg 300w, https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/piazza-150x150.jpg 150w, https:\/\/passaparola.info\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/piazza-80x80.jpg 80w\" ><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>\u00abAndiamo!\u00bb: pare un motto, il segno di una sua ispirazione a tratti e a folate. Inquieta, vagabonda, intessuta di sogni. Quando pass\u00f2 da Genova, Dino Campana, dedic\u00f2 proprio a Piazza Sarzano una pagina dei suoi \u201cCanti Orfici\u201d (1914).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una poesia in prosa, sul modello francese, e dice: \u00abA l\u2019antica piazza dei tornei salgono strade e strade e nell\u2019aria pura si prevede sotto il cielo il mare. L\u2019aria pura \u00e8 appena segnata di nubi leggere. L\u2019aria \u00e8 rosa. Un antico crepuscolo ha tinto la piazza e le sue mura. E dura sotto il cielo che dura, estate rosea di pi\u00f9 rosea estate\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo colpiva \u2013 colpiva la sua fantasia \u2013 la \u00abfonte sotto una cupoletta\u00bb, il pozzo, ove \u00abacqua acqua, acqua getta senza fretta, con in vetta il busto cieco di un savio imperatore romano\u00bb. La torre di Sant\u2019Agostino, policroma, le sue \u00abquadretta svariate di smalto\u00bb, \u00abun riso acuto nel cielo, oltre il tortueggiare, sopra i vicoli il velo rosso del rosso mattone: ed a quel riso odo risponde l\u2019oblio\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La piazza, nella poesia, si anima di cadenze, un fanciullo la percorre in tutta la sua lunghezza. Fa il resto la luce, i colori: i colli verdi e il chiarore del mare, la donna bianca che appare a una finestra. Fa il resto il silenzio: il paesaggio si riveste di immobilit\u00e0 e di gioia inesauribile. Scende la notte: \u00ab\u00e8 la notte mediterranea\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Pochi altri, quanto il visionario Campana, il \u201cfolle di Marradi\u201d, hanno compreso e ritratto la genovese bellezza delle \u00abterrazze verdi ne la lavagna cinerea\u00bb, dove \u00abdilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto\u00bb, \u00abla sinfonia feconda urgente al mare\u00bb, la \u201cfolla che sale veloce\u201d e \u00abla febbre della vita\u00bb, l\u2019\u00abazzurro serale\u00bb, la vastit\u00e0 e la bianchezza, il \u00abgroviglio delle navi\u00bb nella \u00abgrande luce mediterranea\u00bb \u00abe dal fondo il vento del mar senza posa\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Diciannove anni dopo, in manicomio, si spegneva il suo canto non senza avere aperto la via con i suoi \u201cCanti Orfici\u201d a Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini. Restava la sua antologia, quella di un poeta visionario e errante, per cui tutte le cose sono molteplicit\u00e0 di sensi e di immagini.&nbsp; Indimenticabile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Loris Jacin con Stefano Termanini<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cA quindici anni andai in collegio in Piemonte: a Carmagnola, presso Torino. Pi\u00f9 tardi all\u2019Universit\u00e0 di Bologna. Non riuscivo in chimica. E allora mi diedi un po\u2019 a scrivere e un po\u2019 al vagabondaggio. Ero spinto da una specie di mania di vagabondaggio. Una specie di instabilit\u00e0 mi spingeva a cambiare continuamente.. Io dovevo studiare lettere. Se studiavo lettere potevo vivere. La chimica non la capivo assolutamente, quindi mi abbandonai al nulla\u2026Alcuni mesi sono stato in prigione. Due o tre mesi in Svizzera, a Basilea; per rissa.&nbsp;&nbsp; Avevo litigato con uno svizzero: delle contusioni. Non fui condannato. Avevo un parente, mi raccomand\u00f2. In Italia, arrestato, e poi un mese di prigione a Parma verso il 1902-1903. Sono stato al manicomio di Imola, dal professor Brugia: ci stiedi quattro mesi. Nel Belgio, dopo Imola, al manicomio di Tournay, altri quattro mesi {a Imola, per demenza precoce, dal 4 settembre al 31 ottobre 1906; dopo che a Tournay, a Firenze, in osservazione, per diciotto giorni nell\u2019aprile 1909 ndr}\u2026Facevo qualche mestiere. Per esempio: temprare i ferri; tempravo una falce, un\u2019accetta. Si faceva per vivere. Facevo il suonatore di triangolo nella Marina Argentina. Sono stato portiere in un circolo di Buenos Aires. Facevo tanti mestieri. Sono stato ad ammucchiare i terrapieni in Argentina. Si dorme fuori nelle tende. E\u2019 un lavoro leggero ma monotono. In Argentina&nbsp; avevo disimparato persino l\u2019aritmetica. Se no mi sarei impiegato come contabile\u2026Ho fatto il carbonaio nei bastimenti mercantili, il fochista. Ho fatto il poliziotto in Argentina, ossia il pompiere: i pompieri li\u2019 hanno qualche incarico di mantenere l\u2019ordine. Sono&nbsp; stato a Odessa. <\/em><em>Vendevo le stelle filanti nelle fiere. I Bossiaki sono come zingari. Sono compagnie vagabonde di cinque sei persone. Il tiro al bersaglio fu in Svizzera. Varie lingue le conoscevo bene\u2026Ero venuto in Italia dalla Svizzera per non disertare. In Italia videro che ero stato <\/em><em>in manicomio e non mi chiamarono in servizio. Quindi restai a spasso in quel modo. {E\u2019 dell\u2019estate del 1914 la pubblicazione dei Canti Orfici, a Marradi ndr). Vendevo i Canti Orfici da \u201cPaszkowski\u201d&nbsp; e alle \u201cGiubbe Rosse\u201d in Firenze; al \u201cCaff\u00e8 San Pietro\u201d a Bologna. Se io vendevo quel libro era perch\u00e9 ero povero\u2026Un po\u2019 tutti mi irritavano. I futuristi li trovavo vuoti, per esempio. Avevo della nevrastenia forte. {28 gennaio 1918 . internamento nel manicomio di Castel Pulci ndr) ..Ero una volta scrittore, ma ho dovuto smettere per la mente indebolita. Non connetto le idee, non seguo\u2026Ora bisogna che mi occupi di affari pi\u00f9 importanti \u201c(8 novembre 1926)<\/em><em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>(testimonianza di Dino Campana resa al dott. Carlo Pariani&nbsp; nell\u2019ospedale psichiatrico di Castel Pulci dove il poeta muore il 1\u00b0 marzo 1932 dopo quattordici anni di degenza)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>GENOVA<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Poi che la nube si ferm\u00f2 nei cieli<br>Lontano sulla tacita infinita<br>Marina chiusa nei lontani veli,<br>E ritornava l\u2019anima partita<br>Che tutto a lei d\u2019intorno era gi\u00e0 arcanamente<br>illustrato del giardino il verde<br>Sogno nell\u2019apparenza sovrumana<br>De le corrusche sue statue superbe:<br>E ud\u00eci canto ud\u00eci voce di poeti<br>Ne le fonti e le sfingi sui frontoni<br>Benigne un primo obl\u00eco parvero ai proni<br>Umani ancor largire: dai segreti<br>Dedali uscii: sorgeva un torreggiare<br>Bianco nell\u2019aria: innumeri dal mare<br>Parvero i bianchi sogni dei mattini<br>Lontano dileguando incatenare<br>Come un ignoto turbine di suono.<br>Tra le vele di spuma udivo il suono.<br>Pieno era il sole di Maggio.<\/p>\n\n\n\n<p>***<\/p>\n\n\n\n<p>Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea<\/p>\n\n\n\n<p>Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto<\/p>\n\n\n\n<p>Ride l\u2019arcato palazzo rosso dal portico grande:<\/p>\n\n\n\n<p>Come le cateratte del Niagara<\/p>\n\n\n\n<p>Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:<\/p>\n\n\n\n<p>Genova canta il tuo canto!<\/p>\n\n\n\n<p>***<\/p>\n\n\n\n<p>Entro una grotta di porcellana<br>Sorbendo caff\u00e8<br>Guardavo dall\u2019invetriata la folla salire veloce<br>Tra le venditrici uguali a statue, porgenti<br>Frutti di mare con rauche grida cadenti<br>Su la bilancia immota:<br>Cos\u00ec ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale<br>Su per l\u2019erta tumultuante<br>Verso la porta disserrata<br>Contro l\u2019azzurro serale,<br>Fantastica di trofei<br>Mitici tra torri nude al sereno,<br>A te aggrappata d\u2019intorno<br>La febbre de la vita<br>Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto<br>Instornellato de le prostitute<br>E dal fondo il vento del mar senza posa.<\/p>\n\n\n\n<p>***<\/p>\n\n\n\n<p>Per i vichi marini nell\u2019ambigua<br>Sera cacciava il vento tra i fanali<br>Preludii dal groviglio delle navi:<br>I palazzi marini avevan bianchi<br>Arabeschi nell\u2019ombra illanguidita<br>Ed andavamo io e la sera ambigua:<br>Ed io gli occhi alzavo su ai mille<br>E mille e mille occhi benevoli<br>Delle Chimere nei cieli:. . . . . .<br>Quando,<br>Melodiosamente<br>D\u2019alto sale, il vento come bianca finse una visione di<br>Grazia<br>Come dalla vicenda infaticabile<br>De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale<br>Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .<br>Dentro il vico ch\u00e9 rosse in alto sale<br>Marino l\u2019ali rosse dei fanali<br>Rabescavano l\u2019ombra illanguidita,. . . . . .<br>Che nel vico marino, in alto sale<br>Che bianca e lieve e querula sal\u00ec!<br><em>\u00abCome nell\u2019ali rosse dei fanali<br>Bianca e rossa nell\u2019ombra del fanale<br>Che bianca e lieve e tremula sal\u00ec: \u2026..\u00bb<br><\/em>Ora di gi\u00e0 nel rosso del fanale<br>Era gi\u00e0 l\u2019ombra faticosamente<br>Bianca. . . . . . . .<br>Bianca quando nel rosso del fanale<br>Bianca lontana faticosamente<br>L\u2019eco attonita rise un irreale<br>Riso: e che l\u2019eco faticosamente<br>E bianca e lieve e attonita sal\u00ec. . . . .<br>Di gi\u00e0 tutto d\u2019intorno<br>Lucea la sera ambigua:<br>Battevano i fanali<br>Il palpito nell\u2019ombra.<br>Rumori lontano franavano<br>Dentro silenzii solenni<br>Chiedendo: se dal mare<br>Il riso non saliva. . .<br>Chiedendo se l\u2019udiva<br>Infaticabilmente<br>La sera: a la vicenda<br>Di nuvole l\u00e0 in alto<br>Dentro del cielo stellare.<\/p>\n\n\n\n<p>***<\/p>\n\n\n\n<p>Al porto il battello si posa<br>Nel crepuscolo che brilla<br>Negli alberi quieti di frutti di luce,<br>Nel paesaggio mitico<br>Di navi nel seno dell\u2019infinito<br>Ne la sera<br>Calida di felicit\u00e0, lucente<br>In un grande in un grande velario<br>Di diamanti disteso sul crepuscolo,<br>In mille e mille diamanti in un grande velario vivente<br>Il battello si scarica<br>Ininterrottamente cigolante,<br>Instancabilmente introna<br>E la bandiera \u00e8 calata e il mare e il cielo \u00e8 d\u2019oro e sul molo<br>Corrono i fanciulli e gridano<br>Con gridi di felicit\u00e0.<br>Gi\u00e0 a frotte s\u2019avventurano<br>I viaggiatori alla citt\u00e0 tonante<br>Che stende le sue piazze e le sue vie:<br>La grande luce mediterranea<br>S\u2019\u00e8 fusa in pietra di cenere:<br>Pei vichi antichi e profondi<br>Fragore di vita, gioia intensa e fugace:<br>Velario d\u2019oro di felicit\u00e0<br>\u00c8 il cielo ove il sole ricchissimo<br>Lasci\u00f2 le sue spoglie preziose<\/p>\n\n\n\n<p><br>E la Citt\u00e0 comprende<br>E s\u2019accende<br>E la fiamma titilla ed assorbe<br>I resti magnificenti del sole,<br>E intesse un sudario d\u2019oblio<br>Divino per gli uomini stanchi.<br>Perdute nel crepuscolo tonante<br>Ombre di viaggiatori<br>Vanno per la Superba<br>Terribili e grotteschi come i ciechi.<\/p>\n\n\n\n<p>***<\/p>\n\n\n\n<p>Vasto, dentro un odor tenue vanito<br>Di catrame, vegliato da le lune<br>Elettriche, sul mare appena vivo<br>Il vasto porto si addorme.<br>S\u2019alza la nube delle ciminiere<br>Mentre il porto in un dolce scricchiol\u00eco<br>Dei cordami s\u2019addorme: e che la forza<br>Dorme, dorme che culla la tristezza<br>Inconscia de le cose che saranno<br>E il vasto porto oscilla dentro un ritmo<br>Affaticato e si sente<br>La nube che si forma dal vomito silente.<\/p>\n\n\n\n<p>***<\/p>\n\n\n\n<p>O Siciliana proterva opulente matrona<br>A le finestre ventose del vico marinaro<br>Nel seno della citt\u00e0 percossa di suoni di navi e di carri<br>Classica mediterranea femina dei porti:<br>Pei grigi rosei della citt\u00e0 di ardesia<br>Sonavano i clamori vespertini<br>E poi pi\u00f9 quieti i rumori dentro la notte serena:<br>Vedevo alle finestre lucenti come le stelle<br>Passare le ombre de le famiglie marine: e canti<br>Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la citt\u00e0 mediterranea:<br>Ch\u2019era la notte fonda.<br>Mentre tu siciliana, dai cavi<br>Vetri in un torto giuoco<br>L\u2019ombra cava e la luce vacillante<br>O siciliana, ai capezzoli<br>L\u2019ombra rinchiusa tu eri<br>La Piovra de le notti mediterranee.<br>Cigolava cigolava cigolava di catene<br>La gr\u00f9 sul porto nel cavo de la notte serena:<br>E dentro il cavo de la notte serena<br>E nelle braccia di ferro<br>Il debole cuore batteva un pi\u00f9 alto palpito: tu<br>La finestra avevi spenta:<br>Nuda mistica in alto cava<br>Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.<\/p>\n\n\n\n<p>(Da Canti Orfici)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Ogni settimana una poetessa, un poeta, un profilo, una citazione sul suo intendere il modo di costruire le parole, la sua poesia. Dino Campana \u00c8 Dino Campana, \u00e8 Genova, centodieci anni fa. 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