08, settembre, 2008
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Gianmaria Testa

Date: 09-04-2007
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Come hai fatto a conciliare due missioni "toste" come lavorare in Ferrovia da una parte e l'attività di cantautore dall'altra? Avevi pensato di raggiungere un successo di queste dimensioni?

Non il successo che si intende, quello propriamente detto ; piuttosto mi stupisco di come una canzone, le mie canzoni, possano arrivare in ogni parte del mondo; le canzoni viaggiano fino ad Hong Kong, al Cile, l’America. Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da una persona del Sudafrica, che chiedeva l’autorizzazione per tradurre una mia canzone in afrikaner.

La forza di una canzone puo’ essere grande.

Qual é l'album che ha segnato la tua svolta d'artista, ovvero che ti ha fatto pensare: quasi quasi smetto di lavorare in Ferrovia.....?

Ancora lavoro in Ferrovia; in questi ultimi anni a part- time, da poco ho preso il congedo poichè è nato mio figlio.

L’essere ferroviere, ovvero avere un lavoro stabile, fuori dai circuiti musicali, mi ha permesso di essere estremamente libero; di non subire pressioni. Una libertà totale che ho usato per dedicarmi alla musica. Dunque sono ancora capostazione sovrintendente della Linea Torino Nizza. Anche se sto pensando di rinunciare.

Nel tuo ultimo album ("Altre latitudini") si sente molto forte la tua passione per il jazz. Confermata dalla presenza di straordinari talenti come Rava, Marcotulli, Mirabassi, Mesolella e altri ancora. Da cosa nasce questo tuo interesse per un genere che in Italia (nonostante la presenza di talenti straordinari come Bollani, Fresu e i succitati tuoi collaboratori) non ha ancora trovato troppo spazio?

Credo che il jazz sia una delle rivoluzioni più importante del secolo scorso. Questa è una musica dalla notevole libertà espressiva, frutto di una commistione di culture. Non sono jazzista ma mi appassiona l’improvvisazione. Credo che i jazzisti italiani possiedano nel loro DNA la melodia (che è quella della canzone napoletana, dell’opera) e che abbiano aggiunto molto di loro a questo genere. Sono loro che si adattano alla canzone, perché amano le mie canzoni e perché ormai siamo diventati amici. Io ho imparato molto da loro e ho approfittato dei loro talenti.

Una volta eri straordinariamente apprezzato all'estero (soprattutto in Francia) e un po' sottovalutato in Italia. E' ancora cosi' e se si come te lo spieghi?

Non so se sono sottovalutato; io credo che la canzone abbia i suoi tempi e che siano da considerare anche tempi della gente. Purtroppo in Italia i dischi costano molto e inoltre siamo sottoposti a un bombardamento mediatico incredibile; ci arriva solo la musica che è inserita in determinati circuiti. Io un po’ per scelta non vi partecipo. Dunque, le mie canzoni arrivano al pubblico più lentamente con il passaparola. Nonostante questo, posso dire di aver visto, in questi ultimi anni i teatri pieni in Italia, cosi come in Francia. Perché fortunatamente ci sono modi di comunicazione diversi, che a volte non mi so neanche spiegare.

Qualche anno fa ci siamo conosciuti e abbiamo fatto due chiacchere dietro ai camerini di una sala di Dudelange. Che emozioni provi quando ti incontri con un pubblico italiano all'estero. Ti senti a casa?

Il pubblico dei miei concerti all’estero non è mai solo italiano. Certo essendo molto radicato alla mia regione, il Piemonte, mi fa piacere incontrare incontrare persone che parlano, anche all’estero, il mio dialetto. Ma penso che l’umanità si assomigli dappertutto e che le emozioni di base, che si possono provare con una canzone, siano simili a qualunque latitudine.

Paolo Travelli


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