11, marzo, 2010
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Vinicio Capossela

Date: 15-05-2009
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Vinicio Capossela: un filosofo moderno.

Abbiamo incontrato Capossela prima del concerto del 7 maggio scorso alla Rockhal, in cui ha mescolato, alla sua musica fiabesca, un’atmosfera da circense con trampolieri, giocolieri e tanta allegria.

Dopo vent’anni di carriera cominciata con « All’una e trentacinque circa » nel 1990 come si evoluta la tua musica ?

Ho iniziato cercando di scrivere canzoni notturne che si potessero ascoltare in locali notturni, da qui anche il nome dell’album. L’idea era quella di essere un pianista in un locale notturno. Subito dopo, ho scoperto la forma della ballata e della serenata e ho cominciato a scrivere per la chitarra anche se non é il mio strumento. Questo nei dischi come “Modi” e “Camera a Sud”. Da “Il ballo di San Vito” sono diventato anche produttore dei miei dischi. Il ballo di San Vito è un disco scritto sulla pelle del Paese, dove le ballate personali si intrinsecano con le vicende legate al nostro Paese. “Canzoni a manovella” é un disco di storia scienze e geografia, dove l’immaginazione ha un ruolo determinante.  Il rapporto dell’uomo con il mito e la religione é il tema portante di “Ovunque proteggi”. “Da solo” é un disco sulla vita che riprende un po’ le mie prime tematiche compositive.

A questo proposito, esiste una connessione tra “Da solo” e il tuo primo album “All’una e trentacinque circa” soprattutto nel modo di scrivere e nei temi?

Sono infatti due dischi molto simili dove il pianoforte riveste un ruolo principale. Naturalmente dopo 18 anni di carriera (la maggiore età artistica) si intravedono tutte le differenze che la maturità compositiva comporta.
“Da solo” lo reputo un disco molto intimista. Sei d’accordo?
L’intimità é un qualcosa che esclude gli altri mentre in questi brani ci sono concetti che legano le persone. La verità, la clandestinità intesa come il nascondere le cose, la distanza sono tematiche che coinvolgono tutti. Sono temi che si sviluppano da idee personali ma ognuno, poi, si puo’ identificare in esse.

Tra i brani ce n’é uno che ha vinto il premio Amnesty Italia per il prano piu’ bello dedicato ai diritti umani. Che cosa ci dici a proposito di questa canzone?
Iniziai a scrivere il brano nel 1990 durante la prima guerra del Golfo. La televisione attraverso quelle immagini ci spavento’ molto all’epoca. La paura é il sentimento da cui nasce questo brano. Esso ci mostra come l’uomo riesce a vivere in condizioni inumane.
Nel booklet del disco ci sono elencati tutti i pianoforti che suoni con marca e data di fabbricazioe. Questi ultimi ci riportano ad atmosfere  da locale notturno americano stile anni ‘40. In che periodo situeresti il tuo disco?
Avevo presente l’America dei saloon quella con gli strument i della grande depressione come ad esempio l’autoarpa. La timbrica di questi strumenti, meno dinamica di quelli odierni, ti pone già in un constesto storico e geografico.


Nel disco collaborano i Calexico. Come nasce questa prestigiosa collaborazione? Avrà un seguito?
Joey Burns aveva ascoltato “Ovunque proteggi” durante un loro concerto al Rolling Stone di Milano, al quale fui invitato con J. D. Foster (il produttore di una parte del suo disco, ndr). Foster é stato il produttore anche dell’ultimo disco dei Calexico. Tutti insieme ci siamo incontrati a Tucson e in quel momento abbiamo deciso di registrare.  A luglio faremo due concerti insieme e forse faremo qualcos’altro. Quello che ammiro di loro é il loro amore per l’epica, che condivido anche io.

Quali sono oggi gli ascolti di Vinicio Capossela?
La musica classica, i programmi radiofonici di Radio3, ogni tanto mi imbatto in artisti straordinari come Enzo Del Re, di Mola di Bari. Un suo brano dà il nome ad un film legato alle vicende di Radio Alice, che si chiama “Lavorare con lentezza”. Sono curioso di ascoltare il nuovo disco di Bob Dylan con David Hidalgo alla fisarmonica.

Che differenza  c’é tra il pubblico che trovi in Italia e quello all’estero ?
In Italia dopo 18 anni sono conosciuto e ci si aspetta come si svolgerà lo spettacolo. All’estero é imprevedibile. Mi diverte fare l’intrattenitore in varie lingue anche facendo brutte figure. Le canzoni sono sconosciute  e questo ti dà il senso dell’assolutezza del brano stesso che non gode piu’ di nessuna aspettativa e per questo vive in quanto tale. C’é uno strano senso di comprensione- incomprensione.

di Paolo Travelli









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