LE MIE MEMORIE
Date: 06-02-2009
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Intervista a Maria Luisa Caldognetto.
In occasione della giornata della Memoria del 27 gennaio scorso, l'Ass. Convivum in collaborazione con il Centre de Documentation sur les Migrations Humaine, l'Ist. italiano di cultura e il Centre culturel de Rencontre dell'Abbeye di Neumuenster, hanno ricordato Luigi Peruzzi: emigrato, minatore, deportato, antifascista, resistente, esempio di dignità e solidarietà umana.
Luigi Peruzzi: chi l’ha maggiormente impressionata, l’uomo o il resistente?
Peruzzi è uno dei casi in cui l’uomo e il resistente coincidono, perché non c’è in lui solo il concetto di resistenza nel senso stretto del termine. È piuttosto un atteggiamento a tutto tondo che nasce dalla sua esperienza di vita, durissima sin dalla nascita: orfano di guerra, perde quasi subito dopo la madre, a meno di 16 anni emigra in Lussemburgo, dove lavora prima da muratore, poi da minatore. Nonostante queste difficoltà, non si lascia mai piegare, dimostra anzi una capacità di reazione che finisce per diventare la sua filosofia di vita, tanto da spingerlo quasi naturalmente alla scelta politica dell’antifascismo e della resistenza. È anche grazie a questo modo di porsi alle difficoltà che egli è riuscito a sopravvivere ai Lager tedeschi.
Cosa rara, durante la prigionia nei Lager, Peruzzi conserva la sua dignità umana coniugandola con un grande senso della solidarietà. La presenza contemporanea di tali valori in una persona che vive un’esperienza così estrema ne qualifica la dimensione e lo rende esemplare.
Più che ‘l’uomo o il resistente’ direi che l’uomo è il resistente. È un uomo in piedi che fa fronte a tutte le avversità della vita con dignità e coraggio senza dimenticare gli altri. Lo sarà anche nel dopoguerra, perché come per tutti i reduci, il suo ritorno alla vita normale è stato difficile. Nonostante i mancati riconoscimenti istituzionali in Lussemburgo e in Italia, Peruzzi ha portato avanti il suo impegno associativo e politico, diventando una personalità di spicco della comunità italiana nel Granducato, della quale sarà pure uno stimato rappresentante. Le stesse ‘Memorie’ nascono non tanto come testimonianza personale, ma come un atto dovuto al movimento collettivo degli antifascisti italiani di Esch e del Bassin Minier, pensando soprattutto a chi non è tornato dai campi. Negli anni ’70 arriveranno i giusti riconoscimenti a Peruzzi da parte delle istituzioni lussemburghesi prima e di quelle italiane dopo (durante la presidenza di Pertini).
Siamo nel 2009 e per la prima volta si pubblicano le ‘Memorie’ di Peruzzi in italiano, mentre la versione francese esiste già da alcuni anni. Nell’introduzione, lei evoca il disinteresse degli storici e dell’editoria italiana per queste storie della resistenza degli emigrati nei loro vari paesi di adozione. Ci può spiegarne il perché?
In effetti, ci sono stati ingenti studi sulla resistenza italiana in Italia, la cui storia inizia realmente dopo l’8 settembre 1943, mentre la resistenza all’estero nasce prima, cioè con l’occupazione nazista dei vari paesi. I due eventi non coincidono quindi né geograficamente, né cronologicamente; per questo motivo, la resistenza italiana all’estero è rimasta trascurata dagli storici. Tra l’altro, Peruzzi si è battuto senza esito per far riconoscere in Italia gli atti di resistenza degli emigrati nel Granducato, atti che affondano le loro radici ben prima dell’8 settembre 1943.
Un’altro motivo è la relativa mancanza di materiale, in quanto non è stato semplice per la ricerca focalizzare cos’è accaduto nei vari paesi.
Vorrei inoltre sottolineare che solo dalla metà degli anni ’80 si studiano gli scritti autobiografici dei reduci della prigionia in Italia come fonte per la Storia. Anche qui, gli storici italiani non si sono certo concentrati in primis sulle opere dei reduci emigrati. Spero che questo libro costituisca una base per ricerche che considerino tutta l’emigrazione italiana.
Va pure detto che ogni paese ha concentrato gli studi sui ‘suoi’ resistenti e il Lussemburgo per tanti anni non ha considerato tali i resistenti italiani del bacino minerario. Addirittura fino agli anni ’70 nessuna pubblicazione storica lussemburghese menzionava l’apporto degli italiani alla resistenza lussemburghese, o meglio, i nomi degli interessati sparivano dalle liste di colloro che finirono nel Lager assieme ai loro compagni lussemburghesi! Quindi, per un effetto perverso, per tanti anni i nostri eroi si sono ritrovati in una zona grigia e non sono stati riconosciuti né nel Granducato, né in Italia. Questo mancato riconoscimento è stato una fonte di grande dolore per gli interessati, a cui Peruzzi ha voluto rimediare tentando di fare pubblicare le sue ‘Memorie’ nell’immediato dopoguerra, per conto di tutta la collettività coinvolta.
Infine, bisogna considerare che i reduci dei Lager non corrispondevano esattamente all’immagine che si voleva diffondere della resistenza nell’immediato dopoguerra, cioè quella dei vincitori con l’arma in pugno; i reduci in qualche modo erano stati sopraffatti, rappresentavano la sconfitta e in quanto tali risultavano in un certo senso scomodi sia per le loro rispettive famiglie (riccordavano il dolore passato), sia per le istituzioni. Basta pensare che inizialmente Einaudi non volle pubblicare Primo Levi, lo stesso vale per Alessandro Natta che si vide rifiutare la pubblicazione di ‘L’altra resistenza’ –titolo eloquente- da parte di ‘Editori riuniti’, quindi dal suo stesso campo politico, fino al 1996! In conclusione, il disinteresse degli storici è stato in un certo senso comprensibile, mentre oggi bisogna riprendere questi fili che a prima vista sono apparsi secondari, per ricollegarli nel loro contesto globale e finalmente elaborarli a livello di ricerca storica.
Lei ha giustamente definito ‘microcosmo’ il mondo dell’immigrazione italiana nel Bassin Minier. Si può vedere nelle ‘Memorie’ di Peruzzi una base per recuperare e conservare la memoria collettiva di una comunità davvero molto particolare?
Da tempo sogno che la storia degli italiani di Esch-sur-Alzette possa diventare un film o un documentario, comunque di un lavoro che possa ripercorrerne l’esemplare particolarità. In questo senso le ‘Memorie’ sono importanti in quanto potrebbero dare l’impulso per ricerche più ampie, basate pure su diversi lavori di raccolta di materiali (come per esempio il libro di Benito Gallo, ma anche alcuni lavori di Denis Scuto che tra l’altro curò l’edizione francese delle ‘Memorie). Ora questi materiali vanno esaminati e elaborati: Peruzzi offre molto spunti supplementari, tenendo conto che un libro di memorie non è un libro di storia.
Mi piace sottolineare che le ‘Memorie’ hanno un vissuto una vita travagliata, alla stregua di quella dell’autore stesso: nascono nel 1946 e saranno pubblicate 60 anni dopo, prima in una versione tradotta in francese, poi solamente in italiano. A livello stilistico, la versione originale finalmente restituisce le caratteristiche di scrittura di un uomo che passava la sua vita a lavorare duramente, dedicando solo le ore di riposo alla stesura di un libro. Peruzzi fa emergere la cultura degli italiani di Esch a quell’epoca: teatro, musica, giornali, mutuo soccorso, associazioni. Tutto questo va approfondito e qualcosa si è fatto assieme al Centre de documentation sur les migrations humaines di Dudelange, ma resta molto da fare e questo libro ci darà un impulso supplementare. Bisogna salvare la memoria delle persone che hanno conosciuto quell’epoca, ma anche quella dei luoghi, come i quartieri del ‘Brill’ o della ‘Hoehl’ a Esch, che stanno cambiando fisionomia.
Ma il microcosmo italiano di Esch era davvero così particolare, con questa sua vita a tutto tondo che non si limitava al solo lavoro?
Forse in tono minore a Dudelange, ma Esch all’epoca era famosa in tutta Europa, molte persone ci andarono a lavorare venendo da lontano. C’era un gran fermento, un gusto per la vita in ogni senso, piacere del cibo, del ballo, del teatro eccetera. Esch era anche un incrocio tra Francia e Lussemburgo, tutti convergevano a Esch quando si facevano le manifestazioni rivendicative o quando si celebrava il 1° Maggio, tutto questo fa di Esch un luogo e un tempo un po’ mitico, quasi epico.
In Europa ci sono certamente state altre grandi concentrazioni di italiani come a Parigi o a Marsiglia, ma Esch presenta caratteristiche prettamente operaie, che hanno favorito la creazione di movimenti collettivi molto solidali, mentre altri luoghi offrivano lavori molto più vari frazionando di fatto il mondo operaio. E devo dire che tutt’oggi è rimasta quest’impronta di cultura operaia nel bacino minerario, chissà per quanto tempo ancora.
di Remo Ceccarelli