10, marzo, 2010
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Antonio Tizzano

Date: 03-09-2008
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Antonio Tizzano, il giudice italiano alla Corte di giustizia delle Comunità europee
 
Nato nel 1940, laureato in giurisprudenza, il professor Tizzano ha ricoperto diversi incarichi d'insegnamento presso università italiane; è stato consigliere giuridico alla rappresentanza permanente dell'Italia presso le Comunità europee ed avvocato patrocinante dinanzi alla Corte di Cassazione e dinanzi ad altri giudici supremi. Professore di diritto comunitario e direttore dell'istituto di diritto internazionale e comunitario dell'Università di Roma, dal 2000 è alla Corte di giustizia prima come avvocato generale e poi come giudice.
 
Lei è stato avvocato  generale alla Corte di  giustizia dal 7 ottobre 2000 al 3 maggio 2006. Dal 4 maggio 2006 è giudice, ora presidente della quinta sezione. Può dirci, in base alla sua esperienza, quale delle due funzioni è più impegnativa?
 
E' difficile dirlo perché sono due lavori completamente diversi. Come avvocato generale ci sono meno impegni di tipo istituzionale. Anche se ha l'obbligo di presenza in udienza, l'avvocato generale, a differenza del giudice, non partecipa ad esempio alle camere di consiglio. D'altra parte, mentre il giudice contribuisce direttamente, insieme con tutta la formazione giudicante, all'elaborazione di una sentenza, che è per definizione una decisione collegiale assunta nel segreto delle deliberazioni, l'avvocato generale concorre anch'egli, in qualche modo, al processo formativo della sentenza, ma lo fa esponendo pubblicamente le proprie opinioni nelle “conclusioni”.  
 
A noi risulta che i cittadini europei apprezzano la posizione della Corte sulla spinosa questione del rimborso delle spese per le cure mediche in un altro Stato ed esprimono compiacimento per l'impulso straordinario e la concretezza che la Corte sta dando con le sue sentenze alla nozione di "cittadinanza europea".  C'è stata una sentenza, in questo filone, che a lei personalmente ha dato una particolare soddisfazione?
 
E' in generale un filone molto soddisfacente. Posso citare, per es., la sentenza Watts del 2006, nella quale la Corte ha riconosciuto ai cittadini comunitari il diritto alle cure mediche in un altro Stato membro e al loro rimborso nello Stato di residenza quando in quest'ultimo Stato i tempi di attesa per un trattamento ospedaliero sono eccessivamente  lunghi.
 
 
Nei primi 50 anni di attività, la Corte di giustizia delle Comunità europee ha giudicato 582 volte l'Italia su questioni di mancato rispetto dei suoi obblighi comunitari. Ma questo record non deve essere letto solo in chiave negativa poiché esso deriva anche dalla maggiore 'propensione' dimostrata da giudici e avvocati italiani rispetto ai colleghi di altri paesi Ue a guardare alla normativa europea per tutelare gli interessi dei cittadini. Qual è la sua opinione?
 
L'alto numero di procedure c.d. di infrazione è una pesante eredità del passato alla quale, come dirò tra breve, si sta cercando di porre rimedio. Per contro, va salutato come un fatto certamente positivo quello del numero di rinvii pregiudiziali effettuati dai giudici italiani, quando sono chiamati ad applicare il diritto comunitario. Da questo punto di vista, la situazione si rovescia e l'Italia si colloca ai primi posti, dimostrando che tra i nostri operatori giuridici (in primis, magistrati e avvocati) vi è tutt'altro che scarsa attenzione a quel diritto ed al ruolo della Corte di giustizia.
 
 
Le procedure di infrazione avviate dalla Commissione nei confronti dell'Italia sembrano essere in aumento. Quali sono i motivi? E' possibile, secondo Lei, prevenire in qualche modo l'insorgere del contenzioso comunitario e con quali strumenti?
 
Come ho detto, sopportiamo qui una pesante eredità del passato, quando magari - anche per banali motivi - l'Italia subiva condanne su condanne, portando purtroppo al primo posto in una ideale classifica negativa. Sebbene nelle statistiche complessive (elaborate cioè sull'intero arco di attività della Corte di giustizia) ciò ci penalizzi ancora, va detto che in questi ultimi anni la situazione è di certo migliorata, al punto che oggi l'Italia è nella media dei 27 Stati membri quanto al numero delle procedure d'infrazione su base annua. Questo è dovuto a una serie positiva di fattori e di iniziativa, che vanno dalla maggiore consapevolezza da parte di tutte le strutture pubbliche della necessità di conformarsi tempestivamente e pienamente agli obblighi comunitari, all'adozione di appropriate misure legislative (ad es.la nota Legge La Pergola) e organizzative (da ultimo con l'istituzione di una struttura di missione deputata proprio a prevenire, seguire e sanare le eventuali infrazioni) che cercano di dare risposte coerenti, organiche e tempestive in sede di trasposizione della normativa comunitaria. Non è un caso, ad esempio, che uno dei primi provvedimenti esaminati dal nuovo Parlamento italiano abbia proprio riguardato il varo di una serie di  misure, predisposte dal precedente governo,  per la corretta attuazione di tutta una serie di atti comunitari nel nostro Paese.
 
Siamo attualmente in una situazione eccezionale, caratterizzata dal fatto che la Corte di giustizia non è competente in tutti i settori della legislazione dell’UE. Grazie al trattato di Lisbona, la Corte avrà finalmente piena competenza in tutte le questioni di giustizia, libertà e sicurezza, compresa la cooperazione di polizia e giudiziaria. Secondo Lei, questo cambiamento introdurrà un controllo giurisdizionale in tutti i settori della legislazione, come avviene in ogni società democratica?
 
 In effetti, se e quando entrerà in vigore, il nuovo Trattato estenderà, salvo alcune limitate eccezioni, la competenza della Corte a tutti gli atti dell'Unione europea, ivi compresi quelli relativi alla cooperazione penale. Ma già oggi, seppur con alcune limitazioni, la Corte è chiamata sempre più spesso a pronunciarsi su tali questioni. A tale riguardo, si deve segnalare che di recente il sistema giurisdizionale dell'UE si è dotato di una nuova forma di procedimento, la procedura pregiudiziale d'urgenza, al fine di trattare in tempi notevolmente ridotti questioni appunto di particolare urgenza relative proprio allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, come ad esempio nei casi di persone in stato di detenzione o di affidamenti di minori.
 
Cosa fa il giudice Tizzano quando non lavora?
 
In realtà continuo a lavorare! In particolare, partecipando a convegni e incontri di studio fuori sede, in particolar modo in Italia. Ritengo in effetti che sia dovere di un giudice far conoscere il proprio lavoro e quello dell'istituzione cui appartiene. Per ovvi motivi, l'attività della Corte interessa moltissimo i giuristi europei ed è giusto che noi non ci chiudiamo nella torre d'avorio lussemburghese, ma ci confrontiamo con gli studiosi della materia per spiegare la nostra attività, rispondere alle loro domande ed anche, perché no?, alle eventuali e legittime critiche al nostro operato. Direi che si tratta di una sorta di prolungamento della nostra attività istituzionale, perché la Corte ed i suoi giudici non vivono fuori dal mondo, ma devono al contrario concorrere anch'essi a rendere l'Unione europea più vicina ai cittadini. Già lo fanno normalmente con la loro giurisprudenza; non guasta però se ci mettono, come suol dirsi, anche la faccia.
In tale contesto, cerco anche, per quanto mi riguarda di essere disponibile per gli italiani della Corte ed in genere per gli italiani di Lussemburgo ed essere all'ascolto dei loro problemi.
Sul piano più strettamente personale, poi, ho la fortuna di avere qui molti amici, e di vecchia data. In effetti, sono stato stagiaire, proprio alla Corte, nell'ormai lontanissimo 1965 e da allora ho stabilito un solido legame con molti amici, alcuni dei quali ho ritrovato al mio ritorno nel Granducato e con essi ho ripreso una consuetudine di rapporti del tutto naturale, come se non fosse passato tanto tempo.
 
Dall'alto della sua esperienza, vuole dare un consiglio ai giovani studenti universitari o agli avvocati che hanno intrapreso da poco la professione?
Il mio consiglio a tutti è quello di studiare, studiare, e poi ancora studiare! Non solo gli esami, anche gli studi ed il lavoro non finiscono mai… 
 

(A cura di Paola Cairo. Hanno collaborato Daniele Rossini, Marisa Marraffino)
  
  
  
  
  
  
  
  
 


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